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Per l’Istat l’occupazione sale Ma la realtà è diversa: più inattivi ed esplode la Cassa integrazione

Un tasso di occupazione al massimo storico: 59,2%. La disoccupazione al minimo dal 2012: 9,7%. Quella giovanile al livello più basso dal 2011: 28,1%. Com’è possibile se l’Italia, dopo una doppia recessione, ora è nel tunnel della stagnazione? I dati non devono trarre in inganno. L’Italia arranca, è fanalino di coda in Europa, i posti che crea sono di scarsa qualità, poche ore, paga bassa, produttività in picchiata, alto turn-over, crisi aziendali in crescita.
A smontare ogni euforia, basta un confronto con i numeri della zona euro: occupazione al 73%, disoccupazione al 7,5% (siamo terzultimi prima di Spagna e Grecia), quella giovanile al 15,4%. Distanze siderali. Non solo. In dieci anni i contratti a tempo — che questo governo, anche a ragione, si vanta di avere ridotto, ma solo un po’, con il decreto Dignità — sono esplosi di un terzo (da 2,2 milioni a 3 milioni). Tra questi, quelli a tempo parziale del 75% contro il 21% del tempo pieno. Il part-time involontario dilaga. Le ore perse rispetto al pre-crisi rasentano il 5%. L’Italia vuole lavorare, ma si arrangia. Ci riesce meno di quanto desidera e quando lo fa, con contrattini più o meno stabili, gli stipendi sono compressi. Non si innova, l’export si è inceppato per la guerra dei dazi e i protezionismi imperanti. Il Pil è a zero. Le imprese vivacchiano con il freno tirato, tra gli annunci della politica e la domanda interna asfittica.
La lista dei tavoli di crisi non viene neanche più aggiornata. Sono 160, forse più. La cassa integrazione straordinaria — un sostegno erogato ai lavoratori di aziende sull’orlo del baratro — è raddoppiata a giugno sull’anno prima, al Sud esplosa del 436% (dati Inps). Nei primi sei mesi siamo già a +42% sul 2018. E chi riceve la cigs sta a casa ma formalmente è ancora dipendente. L’Istat dunque lo calcola come occupato. Come pure chi dichiara di aver lavorato almeno un’ora nell’ultima settimana.
Ecco dunque che i dati diffusi ieri dall’Istituto di statistica, riferiti al mese di giugno, non confortano. Gli inattivi crescono un po’ su giugno 2018 e sono un terzo della forza lavoro (34%). Ci sono 29 mila disoccupati in meno, ma anche 6 mila occupati in meno. Le donne conquistano qualche posto in più (15 mila su maggio e 75 mila sul 2018). I contratti stabili avanzano più di quelli a termine (+43 mila contro +10 mila su maggio, +177 mila contro +14 mila in un anno).
Male per i giovani e giovani- adulti tra 25 e 49 anni: 223 mila occupati in meno rispetto a giugno 2018, solo mille in più su maggio. Recupera la fascia degli under 24: +46 mila occupati nell’anno e +10 mila tra maggio e giugno. Ma sono numeri davvero piccoli. Per la prima volta calano anche gli occupati over 50, non accadeva da tempo: -18 mila su maggio, ma +292 sull’anno, a conferma di una permanenza maggiore nel mercato del lavoro di questa fascia, indotta dalle riforme pensionistiche che hanno allungato l’età di uscita (con l’eccezione della finestra opzionale e temporanea di quota 100). «Sono notizie che ci rendono felici», commenta il ministro del Lavoro Luigi Di Maio. «Mancano ancora un milione di posti», replica la Cgil. «E 550 milioni di ore lavorate sul 2007», aggiunge la Cisl.
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