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L’istanza in bianco si presta ad abusi

Uno dei principali elementi comuni delle riforme del diritto fallimentare negli ultimi anni, dal 2005 fino al Decreto sviluppo della scorsa estate, è l’intento di fare del fallimento la procedura recessiva, cioè di ridurne al minimo l’applicabilità. Un intento perseguito aumentando a dismisura e sempre più le potenzialità delle procedure alternative, fra le quali la più importante è senza dubbio il concordato preventivo. Ma l’obiettivo non è stato raggiunto.
Da un lato, la crisi generale dell’economia è così grave da impedire spesso di superare le crisi imprenditoriali nonostante le potenzialità delle nuove norme: è vero che esse sono nate proprio dalla consapevolezza della fase storica che stiamo attraversando, ma oltre un certo limite il diritto non può ovviare ai problemi dell’economia reale. Resta dunque il fatto che i fallimenti, nonostante tutto, aumentano, continuamente, in tutta Italia.
Da un altro lato, gli imprenditori lamentano «un uso distorto dei concordati da parte dei propri debitori»: sono parole del direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, che ha puntato il dito contro il concordato preventivo in bianco, introdotto dal decreto sviluppo, e contro la tendenza a formulare proposte che prevedono a favore dei creditori pagamenti irrisori. Questioni molto delicate.
Il concordato in bianco è un concordato senza proposta: l’articolo 161 della legge fallimentare dà all’imprenditore la facoltà di svincolare il deposito della domanda di concordato dal deposito del piano, che a sua volta non dovrà più essere integrato nella domanda stessa, bensì dovrà costituirne un allegato, che – assieme a tutti gli altri allegati – potrà essere depositato entro 120 giorni (prorogabili di 60) dal deposito della domanda. Alla scadenza, l’imprenditore potrebbe anche decidere di depositare, in alternativa al piano di concordato, un accordo di ristrutturazione dei debiti. Ma dal deposito della domanda comunque decorreranno gli effetti del concordato, fra cui il divieto di azioni esecutive sul patrimonio del debitore.
Il problema è quello dei possibili abusi; si può presentare una domanda di concordato anche senza concrete prospettive di accedervi, dunque solo a fini strumentali. Il rischio dell’abuso è connaturale a tutte le norme e non può esimere il legislatore dal tutelare gli interessi fisiologicamente sottesi alle norme. Nel caso del concordato preventivo, quello della conservazione dei valori aziendali, cui evidentemente il legislatore ha ritenuto di dover dare prevalenza, a maggior ragione in un momento storico di crisi. Ma spetta agli imprenditori e ai professionisti che li assistono comprendere e far comprendere che una domanda in bianco ha senso solo quando, almeno un piano o un accordo di ristrutturazione siano ragionevolmente all’orizzonte.
Quanto alle proposte con pagamenti irrisori ai creditori, il problema deriva, per un verso, dal fatto che le riforme non solo hanno eliminato la necessità di garantire percentuali minime di soddisfacimento dei chirografari, ma hanno addirittura legittimato il pagamento parziale dei privilegiati (purché a certe condizioni); per un altro verso, oggi l’approvazione del concordato è riposta esclusivamente nelle mani dei creditori, pochissimi poteri essendo rimasti all’autorità giudiziaria. Peraltro, la privatizzazione del diritto fallimentare è un ulteriore elemento accomunante delle riforme degli ultimi anni. Il tema è dunque quello dei piccoli creditori che subiscono le decisioni di quelli più forti, il cui punto di vista è diverso per definizione. Ma c’è un orientamento che considera inammissibili proposte eccessivamente al ribasso, perché irragionevoli e senza causa (sul presupposto che una proposta di concordato deve tendere a realizzare interessi meritevoli di tutela); questo orientamento potrebbe rispondere all’esigenza di «assicurare la corretta applicazione di uno strumento la cui importanza è decisiva» manifestata ieri da Confindustria.

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