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Lista Pessina, accertamenti ko

L’inclusione del nominativo di un residente italiano nella c.d. lista Pessina collegata all’indicazione di importi e banche estere non è idonea, in assenza di altri elementi, a provare l’esistenza di redditi sottratti a tassazione. Nel processo tributario non possono entrare prove informatiche che non siano state acquisite nel rispetto delle garanzie previste dalla legge 48/2008. Queste sono le conclusioni a cui giunge la terza Sezione della Ctp di Milano con la sentenza n. 1040/2016 (pres. Fugacci, rel. Beretta), depositata il 4 febbraio 2106. I giudici milanesi hanno affrontato il caso di un contribuente cui è stato notificato un avviso di accertamento relativo a maggiori redditi in quanto i suoi dati erano contenuti nel pc del noto avvocato elvetico Fabrizio Pessina, rinvenuto dalla Guardia di Finanza nell’ambito di una operazione di polizia giudiziaria. La Ctp di Milano, con la sentenza in commento, statuisce che l’inclusione nella lista Pessina non è un elemento di per sé sufficiente a provare l’esistenza di redditi sottratti a tassazione in quanto si tratta di elementi carenti sul piano probatorio per i quali non è possibile avere certezze in ordine alla relativa provenienza e genuinità. L’acquisizione di una prova informatica nell’ambito di un procedimento penale deve avvenire, osserva del resto la Ctp di Milano, nel rispetto delle specifiche cautele previste dalla legge n. 48/2008, cautele che nel caso di specie non erano state rispettate. Legge 18 marzo 2008 n. 48 che reca la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa di Budapest sulla criminalità informatica del 23 novembre 2001, dispone particolari garanzie per le perquisizioni, le ispezioni, gli accertamenti e i sequestri su materiale informatico, finalizzate ad assicurare i principi del giusto processo. Le best practices in materia prevedono l’acquisizione della copia immagine bitstream di ogni memoria di massa, calcolando il valore di hash sia dell’originale che dell’immagine (i due valori dovranno coincidere); tutti i valori di hash dovranno essere quindi stampati, formando parte integrante del verbale redatto dai verificatori operanti, nel quale risulterà anche l’indicazione del dispositivo di hardware o software write block utilizzato per la copia. Con questa procedura non potranno essere mosse contestazioni circa la genuinità, l’integrità e la conformità all’originale della copia acquisita. In carenza del rispetto di tali garanzie, la prova informatica risulta illegittimamente acquisita e non è utilizzabile nel contenzioso tributario. L’agenzia delle Entrate non ha, del resto, depositato, nel corso del giudizio tributario, alcun verbale di estrapolazione dei dati dal computer dell’avv. Pessina tanto da non rendere identificabile chi e in quali circostanze abbia proceduto all’estrapolazione dei dati dal pc del consulente svizzero.

La Commissione tributaria provinciale ha quindi rilevato, al fine di ritenere legittima la ricostruzione presuntiva dei maggiori redditi operata dall’Ufficio impositore, la necessità di ulteriori approfondimenti circa la posizione del contribuente. Approfondimenti che, come spiegano i Giudici milanesi, devono avere ad oggetto la posizione bancaria complessiva del contribuente, il controllo sulle spese sostenute, sull’attività effettivamente svolta nonché – più in generale – sul suo concreto tenore di vita.

Un orientamento garantista quelle della Ctp di Milano destinato a non rimanere isolato vista la profondità delle argomentazioni dei giudici di merito.

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