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Lista Dubai e richieste di dati: i due fronti della lotta al nero

Analisi di dati interni al sistema finanziario nazionale e acquisizione di elenchi, già disponibili sul “mercato” internazionale delle black list, di presunti evasori.

A sei anni dal varo della prima – e di fatto rimasta unica – campagna di richiamo del nero extra-confini (la Voluntary disclosure del 2015, replicata senza successo due anni dopo), e all’uscita dalla più grave crisi economica dai dopoguerra, l’amministrazione finanziaria apre un altro capitolo nella ricerca dei “no vax” della trasparenza, i negagazionisti del Quadro RW della dichiarazione dei redditi in cui si dovrebbero dichiarare le disponibilità finanziarie lontane dai patri confini.

Dopo l’avvio della procedura di acquisto dalla Germania della cosidetta nuova Lista Dubai (anticipata dal Sole 24 Ore del 17 giugno), il Comando generale della Guardia di Finanza nel fine settimana ha dettato la linea ai reparti operativi per agevolare l’incontro con le frammentarie informazioni provenienti dai lidi esteri: le Fiamme gialle potranno (dovranno) inoltrare richieste di documentazione agli intermediari finanziari relative ai dati di società di capitali, enti commerciali, società di persone che hanno movimentato da e verso l’estero bonifici, trasferimenti di valuta eccetera a partire da 15mila euro, poco rileva se in unica tratta o in operazioni frazionate. Di fatto, la Gdf potrà avviare indagini finanziarie sia nominative sia di gruppo e a partire da importi molto bassi, considerato il contesto: le prime (richieste individuali) per «conoscere» le movimentazioni di capitali oltreconfine effettuate da soggetti già individuati, mentre le seconde (di gruppo) per identificare tutti coloro che hanno pensato di attraversare i confini fiscali con percorsi o motivazioni alternative.

Le nuove, invasive modalità di indagine sono tecnicamente il prodotto della quarta direttiva antiriciclaggio (recepita in Italia nell’agosto del 2017 con il Dlgs 90) attivate nel 2020 in piena pandemia dall’agenzia delle Entrate e dalla GdF.

Una volta acquisite, queste informazioni diventeranno la fonte di innesco per approfondimenti di natura tributaria, con la possibilità di attivare indagini finanziarie vere e proprie.

Se questo è il versante interno della guerriglia ai dimentichi della voluntary disclosure – secondo un datato rapporto Ue, alla chiusura della prima Vd italiana erano ancora incagliati oltralpe almeno 142 miliardi, 2,5 volte quelli spontaneamente emersi – non meno frizzante è il fronte di “guerra” internazionale. La progressiva normalizzazione dei cosidetti paradisi fiscali, guidata soprattutto dalle normative antiriciclaggio approvate nell’ultimo decennio a livello internazionale, ha favorito l’emergere sempre più strutturato di “liste”, in libero commercio sul mercato. Quella di Dubai, new entry dopo gli storici casi Falciani, lista Vaduz e di altre legate a noti avvocati/mediatori/consulenti, segna obiettivamente un cambio di passo, e non tanto perché ad acquistarla è stata ancora una volta l’amministrazione tedesca, che per legge locale può comprare (non così in Italia), quanto perché per la prima volta non si è acquistato lo sheet di un istituto o di un funzionario infedele (o, viceversa, eticamente orientato) ma l’intero pacchetto Paese. La mossa del fisco germanico, che per inciso ha pagato 2 milioni la lista da anonimo (ma non certo insignificante) offerente, questa volta rischia di intercettare tutti quelli che, e furono tanti, all’approssimarsi degli accordi del 2014-15 decisero di delocalizzarsi nel medio oriente arabo. Una scelta che oggi potrebbe mostrare tutta la sua fragilità, e non solo per la progressiva adesione nel frattempo anche dei paesi del Golfo a standard di accettabile trasparenza antiriciclaggio/antiterrorismo: l’eventuale notifica di un atto dell’amministrazione fiscale italiana rischia di “cementare” il tentativo di evasione tributaria, che l’erario punisce con penalità fino a cinque volte superiori gli asset non dichiarati.

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