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L’iscrizione in bilancio «pesa» le quote

di Giorgio Gavelli e Giovanni Valcarenghi

La classificazione in bilancio delle partecipazioni è nel mirino sia dei principi contabili sia del Fisco, con l'obbligo di motivare nella nota integrativa le scelte compiute dagli amministratori. Anche in chiusura dei conti 2011, si presenta questa problematica, non sempre approcciata con la necessaria attenzione da parte delle imprese.
È indubbio che una posta assai delicata presente nell'attivo dello stato patrimoniale della maggioranza delle società sia quella destinata a contenere le partecipazioni in altre imprese. I criteri guida per rilevare in bilancio questa posta patrimoniale e per la sua corretta valutazione sono forniti dai principi contabili (in particolare il documento Oic 20), ma è altrettanto indubbio che le conseguenze dei comportamenti di bilancio si riflettono anche sul "destino" fiscale delle plusvalenze o minusvalenze emergenti dalla cessione dei titoli partecipativi.
L'iscrizione in bilancio delle partecipazioni può avvenire:
– alla voce B.III dell'attivo dello Stato Patrimoniale («immobilizzazioni finanziarie»);
– alla voce C.III del medesimo documento («attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni»).
In base all'articolo 2424-bis, comma 2, le partecipazioni in imprese controllate e collegate si presumono immobilizzazioni. Applicando il dettato dell'articolo 2424-bis del Codice civile, il principio contabile 20 ricorda che una corretta classificazione dei titoli è fondamentale per una altrettanto corretta attribuzione di valore agli stessi e che questa classificazione contabile nel comparto immobilizzato o non immobilizzato deve essere fondata su un criterio di distinzione di tipo "funzionale", dettato, pertanto, dalle scelte strategiche dell'organo amministrativo in relazione ai programmi futuri. Ne consegue che appartengono alla categoria delle immobilizzazioni i titoli destinati, sempre per decisione degli organi amministrativi, a essere mantenuti nel patrimonio aziendale come investimento durevole sino alla loro naturale scadenza. Specularmente, appartengono alla categoria delle attività finanziarie non immobilizzate i titoli che, sempre per scelta degli organi amministrativi, sono destinati a essere negoziati. Il documento contabile sottolinea la delicatezza di questa scelta e, di conseguenza, la necessità che essa sia opportunamente descritta e motivata tanto nei verbali dell'organo amministrativo quanto nella nota integrativa al bilancio. Infatti, l'inserimento in una o nell'altra "zona" dell'attivo patrimoniale determina un diverso criterio valutativo. Per quanto riguarda i titoli immobilizzati, il criterio base è quello del costo, con obbligo di svalutazione se, alla data di chiusura dell'esercizio, vi è l'individuazione di una perdita di valore di natura durevole. Per i titoli del circolante, invece, il criterio di base è quello (comune alle giacenze di magazzino) del minor valore tra costo e mercato, perciò, nel caso in cui il valore desumibile dall'andamento di mercato alla chiusura dell'esercizio sia inferiore al costo, in assenza di deroghe, scatta l'obbligo di valutazione secondo le quotazioni di mercato, rilevando la perdita anche se questa non è di natura durevole. Va, tuttavia, osservato che anche per il 2011 quest'ultima prescrizione codicistica è derogabile, seppure in presenza di requisiti che è sempre più raro riscontrare nella realtà. L'articolo 1 del decreto ministeriale del 27 luglio 2011 estende al bilancio 2011 l'opportunità offerta dall'articolo 15, comma 13, del Dl 185/2008, che consente, in via eccezionale, di non svalutare i titoli iscritti nell'attivo circolante allineandoli al valore di mercato (inferiore a quello di costo) se la perdita di valore riscontrata non è di natura durevole. La difficoltà di applicazione di questa norma riguarda la possibilità di "battezzare" l'intervenuta riduzione di valore come non durevole, e quindi temporanea, considerando che il giudizio relativo alla perdita deve pesare, in ogni caso, anche i rischi di illiquidità o di insolvenza del l'emittente, che possono renderla definitiva. A distanza di anni dall'inizio della crisi finanziaria, è complicato poter concretamente difendere, con opportune motivazioni, la natura temporanea della perdita manifestata dai bilanci delle società partecipate. In seguito all'adozione della deroga, nella nota integrativa devono essere evidenziati i minori valori non rilevati in bilancio, motivando le ragioni che fanno ritenere la perdita di valore solo temporanea. Va, comunque, sottolineato quanto riportato nel documento interpretativo Oic n. 3/2009 sulla distribuibilità degli utili riconducibili a questa mancata svalutazione. Stante, infatti, l'origine, nonché la natura temporanea della disposizione, c'è da aspettarsi che gli organi sociali pongano una particolare attenzione e prudenza alle politiche di destinazione degli utili.

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