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Lisbona sull’orlo del crac Moody’s taglia, bond al 10%

BRUXELLES — Il Portogallo, lascia capire l’Unione Europea, non deve far «cherry picking» : acchiappare le ciliegie che gli sembrano buone, e lasciar perdere quelle che gli paiono peste; abbordare le barche di salvataggio giudicate sicure, e mollare quelle giudicate pericolanti. In due parole, il Portogallo non potrà correre sui mercati a cercar soldi, poi aggrapparsi al Fondo salva-Stati della Ue, poi ancora tornare sui mercati, a seconda di ciò che gli appaia più conveniente: potrebbe non bastare il tempo. Perché ora è lo stesso ramo con le ciliegie, a scricchiolare forte. Nelle ultime ore, è accaduto infatti quanto segue: primo, per la seconda volta in 20 giorni l’agenzia di rating del credito Moody’s ha «declassato» i titoli di Stato di Lisbona portandoli da quota «A3» a quota «Baa1» ; secondo, i rendimenti pagati sui bond quinquennali portoghesi hanno varcato il 10%, superando i livelli toccati da quelli irlandesi prima del salvataggio disposto dalla Ue, e nello stesso tempo il rischio di insolvenza sul debito portoghese nell’arco di 5 anni è arrivato al 41%, superando quello irlandese; terzo, le maggiori banche di Lisbona hanno detto al governo che hanno ormai i portafogli pieni di titoli, che non possono ramazzarne altri, e che per salvare il Paese è necessario un prestito-ponte a breve termine di almeno 10-15 miliardi di euro prima delle elezioni politiche anticipate fissate per il 15 giugno. Il «ponte» salverebbe la faccia, politica, di molti, e dopo le elezioni si vedrà: chi salirà più tardi al governo, potrà tornare sui mercati o chiedere ancora aiuto. È precisamente il «cherry-picking» sconsigliato informalmente dalla Ue. E infatti «nessuna trattativa è in corso con Bruxelles» , dice Amadeu Altafaj, portavoce del commissario Ue agli affari economici, Olli Rehn. Quanto all’altro aiuto della Ue, quello «vero» del Fondo salva Stati, non è un «ponte» a breve e segue regole precise, tassi di interesse compresi. E lì sì, che ci si mette la faccia: chi lo chiederà? Il premier dimissionario Socrates no, per ovvie ragioni; i suoi possibili successori no, perché attendono le elezioni; Bruxelles nemmeno, perché non spetterebbe a lei. Le pressioni incrociate crescono. Da domani, si discuterà di tutto questo al vertice dei ministri finanziari europei in Ungheria; ma già oggi, Lisbona andrà sui mercati a cercare altri soldi da gettare nella fornace del debito (9 miliardi entro giugno): e nell’attesa, è lo stallo totale. Mentre intorno, nel resto del mondo, le cose si muovono rapidamente. L’Ocse ha confermato ieri che nei Paesi più sviluppati la crescita continua: il Pil dovrebbe aumentare in media del 3,5%nel primo semestre del 2011 (in Germania del 3,7%, in Italia fra l’ 1,1%e l’ 1,3%). Novità anche per la Cina: la Banca centrale di Pechino ha alzato — per la quarta volta in cinque mesi— dello 0,25%i tassi di interesse sui prestiti e depositi (ora al 6,31 e 3,25%) per reagire all’inflazione che oscilla sul 5,2%in marzo. L’allarme inflazione corre da una sponda all’altra del Pacifico: il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke ha avvertito che userà «estrema attenzione» nel monitoraggio dei prezzi, specie se l’aumento del costo delle materie prime non fosse di natura temporanea: allora la banca centrale Usa dovrebbe «certamente» intervenire. I mercati l’hanno tradotto come un avviso di possibile stretta monetaria prima del previsto. L’euro è sceso a 1,42 dollari. Si vedrà domani cosa farà la moneta unica dopo l’annuncio sui tassi della Bce.

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