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L’irresistibile riserbo del byte traina il bitcoin

Qual è la ragione della impressionante crescita di valore registrata dal bitcoin e dalle altre valute virtuali? Il miliardo e mezzo investito da Elon Musk e la cifra ancora maggiore messa in campo dai suoi imitatori? La possibilità di fare un investimento finanziario originale, alla moda, denso di aspettative? La crescente disponibilità di merci e servizi acquistabili con criptovalute? Tutte risposte corrette, che però sembrano trascurare quella che potrebbe essere la radice autentica di questo travolgente successo: le criptovalute sono la nuova Svizzera, il surrogato del segreto bancario. La dimostrazione che è insopprimibile l’esigenza di un’area di anonimato per transazioni o depositi finanziari che vogliono rimanere riservate. A livello globale si stima che il valore dell’economia sommersa sia tra il 10 e il 20% di quella emersa. Una parte, anche modesta, di questa, può aver identificato nelle monete virtuali uno strumento utile per raggiungere i propri scopi in modo più sicuro. E questo da solo è sufficiente a dare una spinta enorme alla crescita di valore delle criptovalute. Poi viene anche l’attività speculativa, la tendenza, la voglia di sperimentare strumenti innovativi. Ma la spinta più profonda, probabilmente, è la necessità di sfuggire alle autorità antiriciclaggio, a quelle fiscali, ai creditori, a tutte le regole imposte dalla legislazione finanziaria. Non ci sono solo i traffici di droga, di armi, di schiavi, di organi, che hanno bisogno di strumenti di pagamento non tracciabili. Ci sono le grandi aziende che magari devono pagare tangenti per aver appalti in certi paesi o per corrompere funzionari o governanti. Ci sono i vizi di ogni tipo che devono rimanere nascosti. Le criptovalute potrebbe essere uno strumento interessante in una infinità di casi che richiedono il massimo della riservatezza.

Una delle conseguenze dell’anonimato garantito dalle criptovalute è che già oggi chi ha investito in bitcoin, facendo magari guadagni milionari, non deve dividere nulla con il fisco. Chi ha accumulato milioni o miliardi in criptovalute potrebbe essere ufficialmente nullatenente e magari ottenere il reddito di cittadinanza.

Altra conseguenza, ancora tutta da studiare, è che per la prima volta nella storia si sperimenta il disancoraggio della moneta dalla sovranità statale. Fin dalle sue origini la moneta è stata l’espressione della potenza e della sovranità di una città o di una nazione in grado di battere una moneta riconosciuta e accettata anche al di fuori delle sue mura o dei suoi confini. Moneta e sovranità sono sempre state inscindibili, l’una è sempre stata il riflesso e la manifestazione dell’altra. Ora questo legame si sta spezzando. Paradossalmente, la volontà degli stati di rendere trasparenti e tracciabili transazioni e patrimoni (resa possibile dalla digitalizzazione) e la riduzione dell’importanza della cartamoneta, sta creando circuiti finanziari paralleli sottratti al controllo statale. Mentre gli stati stanno completando l’accerchiamento di transazioni e patrimoni, nascono strumenti finanziari del tutto avulsi dalla sovranità nazionale che tentano di sfuggire a questo accerchiamento. Difficile immaginare quali conseguenze ne potranno derivare. Certo è uno scacco non da poco per i teorici del Grande fratello fiscale come strumento definitivo per la lotta all’evasione e al riciclaggio.

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