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L’irresistibile ascesa dei Ticks cambia le rotte del made in Italy

MILANO
Un nuovo acronimo si aggira per il mondo globalizzato e “minaccia” di monopolizzare le statistiche dei prossimi anni relative al commercio internazionale. Scalzando i cari, vecchi Brics.
Una sigla, quest’ultima, inventata dal capo economista di Goldman Sachs, Jim O’Neil, nell’ormai lontano 2001 – preistoria, in un contesto internazionale che muta alla velocità della luce – per identificare e raggruppare i Paesi che guidavano la crescita globale: Brasile, Russia, India, Cina e, successivamente, Sud Africa. Complice la recessione del Brasile, le difficoltà del Sud Africa, il crollo della Russia negli ultimi due anni sotto il peso di una crisi interna aggravata da tensioni e sanzioni internazionali, e la frenata della Cina, il posto dei Brics lo stanno prendendo i Ticks.
Il passaggio di testimone, nel mondo della finanza globale, è già stato sancito: i principali fondi internazionali stanno spostando i loro investimenti verso i nuovi – più o meno – “motori” dell’economia mondiale: Taiwan, India e Cina (che restano una costante e l’unico punto in comune con l’acronimo di inizio millennio) e, soprattutto, Corea del Sud: sono queste le nazioni le cui iniziali hanno dato vita alla nuova sigla, che sottintende quattro realtà asiatiche accomunate, tra le altre cose, dalla forte spinta nell’innovazione tecnologica. È questo aspetto, in particolare, che segna la differenza rispetto a Paesi come Brasile, Sud Africa e anche Russia, che hanno puntato molto, sin qui, sul volàno delle materie prime. Nel mondo della globalizzazione non c’è posto per i sentimenti: tant’è vero che – come annunciava Il Sole 24 Ore con un articolo sul sito internet a fine gennaio – proprio Goldman Sachs ha chiuso il fondo dedicato alla “sua creatura”.
Il made in Italy, tuttavia, non ha aspettato le sentenze degli economisti e degli analisti finanziari, per fiutare il nuovo ordine mondiale. I numeri sono lì a parlare: tra il 2010 e il 2015 le esportazioni di prodotti manifatturieri italiani sono cresciute del 26%, passando da meno di 15 miliardi di euro a quasi 19 miliardi. Resta ancora un gap di circa 7 miliardi rispetto ai Brics, ma le vendite verso questi ultimi dal 2010 sono aumentate “solo” del 6,4%. Una differenza evidente. In questo lasso di tempo, inoltre, l’export verso la Corea del Sud è balzato praticamente dell’80%, sfiorando i 4,5 miliardi di euro e superando in valore l’India di 1,3 miliardi e, volendo fare un confronto con i Brics, lasciando staccato di 2,6 miliardi il Sud Africa e di 600 milioni il Brasile. E anche il dinamismo della piccola Taiwan non è da sottovalutare: +25% tra 2010 e 2015.
Nell’ultimo anno, poi, complici le cadute economiche di Russia (-24,8% il nostro export verso Mosca) e Brasile (-17,4%) e la frenata di Pechino (-0,9%), le esportazioni manifatturiere verso i Brics si sono ridotte di oltre dieci punti percentuali. Al contrario (pur condizionate, sempre, dal risultato cinese) quelle verso i Ticks sono cresciute di quasi quattro punti, grazie al traino di Taiwan (+12,4%) e Corea del Sud (+8,4%).
Tra i settori del made in Italy a più forte internazionalizzazione c’è quello dei macchinari e, in particolare, il comparto delle macchine utensili e robot, che realizza oltre il 70% dei ricavi oltre confine. «Per i costruttori italiani di macchine utensili il peso dell’Asia è sempre più importante – conferma il presidente di Ucimu, Luigi Galdabini –. Nel 2015, l’aera ha assorbito il 22% del totale delle vendite italiane, per un valore pari a 714 milioni di euro, secondo solo a quello della Ue». E Galdabini conferma, allargando lo sguardo, il ruolo delle “nuove tigri”: «Oltre ai paesi affermati quali Cina e Giappone – chiarisce il presidente di Ucimu –, vi sono mercati che stanno diventano sempre più importanti perché richiedono tecnologie molto innovative. Penso a Paesi come la Corea, che nel corso dell’ultima edizione della fiera Simtos ha visto la presenza di 50 imprese italiane espositrici, oppure la Tailandia, che a Metalex presentava l’offerta di oltre 70 brand italiani».
Ma, oltre alle performance c’è di più. Esportare meccanica hi-tech in un’area come quella asiatica che – come ricorda Galdabini – «nel 2015 si è confermata la prima al mondo per produzione e consumo di macchine utensili, con una quota del 58% per entrambi gli indicatori» è la migliore prova della competitività delle Pmi italiane.
I Ticks sono probabilmente già nel vocabolario anche delle aziende del sistema moda italiano (altro macro settore che, con la meccanica, ha nel proprio Dna la vocazione a imporsi sui mercati internazionali). In attesa che si concretizzino le previsioni sulla prima parte del 2016 illustrate dal presidente di Smi, Claudio Marenzi (con la crescita dei mercati di Cina, Hong Kong, Giappone e il recupero della Russia, oltre al traino degli Usa), spiccano le performance messe a segno tra il 2010 e il 2015 dalle aziende del tessile-abbigliamento pelli e accessori: +70% verso l’Asia nel suo complesso, con un balzo del 113% della Corea del Sud, del 110% della Cina e del 54% di Taiwan.
In tutto questo scenario di flussi globali e di guerre tra acronimi la manifattura italiana evidenzia però, ancora, un paradosso: l’Unione europea – o, per restare in tema, Ue a 28 – rimane lo sbocco privilegiato dei nostri prodotti con una quota del 54,7% del totale, solo leggermente ridotta rispetto al 57,5% del 2010. L’Asia è salita sì, di oltre un punto, ma resta al 15,4%.
Se l’accordo strategico con Alibaba per la vendita del vino made in Italy in Cina avrà successo, se proseguiranno le azioni di sistema oltre confine e se la crescita dei Ticks proseguirà, il cordone ombelica che lega le imprese italiane alla vecchia Europa potrebbe allentarsi.

Carlo Andrea Finotto

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