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L’Irpef locale cresce in mille Comuni

C’è chi punta direttamente al massimo, da Palermo a Catanzaro, da Torino a Sassari, passando per Savona e Parma, e chi differenzia il trattamento in base al reddito, come accade a Milano, Pavia, Cuneo, Ferrara o Cagliari. Qualcuno, come Firenze, Empoli o Novara, va in controtendenza, limando l’aliquota o alzando l’area dell’esenzione, anche se si tratta di piccoli benefici largamente assorbiti dalla botta dell’Imu. Fatto sta che il 2012 si conferma l’anno della grande ripresa per le addizionali Irpef comunali, come le condizioni della finanza locale e i tagli portati dalle varie manovre sul fondo di riequilibrio lasciavano presagire.
Lo stato di caos in cui viaggiano i numeri dei bilanci comunali ha prodotto anche quest’anno l’ennesima catena delle proroghe, che grazie all’ultimo decreto del Viminale pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» martedì scorso lascia tempo fino al 31 agosto per chiudere i bilanci preventivi (si fa per dire) e decidere il trattamento fiscale da applicare ai propri cittadini. Molti Comuni, però, hanno già deciso, e anche lontano dalle grandi città il livello del prelievo muove al rialzo. Il dipartimento delle Finanze (i dati sono aggiornati alla fine della scorsa settimana) ha già censito 1.816 delibere comunali, che nel 49,7% dei casi cambiano le regole rispetto all’anno scorso: la maggioranza di queste decisioni alzano le aliquote, spesso differenziandole per scaglioni, mentre in 88 casi la scelta è quella di tassare per la prima volta i redditi. Nella sostanza, quasi un migliaio di sindaci hanno già deciso di aumentare la pressione fiscale usando la leva dell’addizionale.
In media, l’aliquota applicata dal gruppone dei Comuni che ha già trasmesso ufficialmente le proprie delibere al ministero del l’Economia vola al 5,24 per mille, con un incremento del 15% rispetto al 4,55 per mille registrato nel 2011 fra gli enti che applicano l’addizionale, mentre l’aumento è del 46,3% se si considera il 3,59 per mille chiesto l’anno scorso dalla generalità dei sindaci.
Gli effetti cambiano da città a città, e dipendono dalla situazione di partenza e dalla scelta di differenziare o meno l’aliquota in base al reddito dichiarato. Quando il livello di allarme del bilancio comunale è tale da mettere al bando ogni sottigliezza e costringere a chiedere il massimo a tutti, i conti sono presto fatti: a Parma, per esempio, un contribuente con reddito da 20mila euro lordi annui ne girava 80 al Comune con le vecchie regole e ne devolverà 160 con le nuove. Lo stesso livello raggiunto a Torino, che allo stesso contribuente nel 2011 chiedeva 100 euro.
Più articolata la situazione dove si è imboccata la strada dell’aliquota diversificata, che in base alle nuove regole deve prevedere gli stessi cinque scaglioni in cui è strutturata l’imposta nazionale: da zero a 15mila euro il primo; oltre 75mila l’ultimo. A Verbania, per esempio, chi dichiara 20mila euro ne pagherà 100 al Comune (con aliquota dello 0,5%), mentre chi ne dichiara 80mila dovrà versarne 518,50, con un’aliquota media dello 0,648% che nasce dall’applicazione delle richieste progressive per i vari scaglioni. A Milano l’ipotesi su cui ha lavorato la Giunta prevede invece scalini molto più ampi, che tengono basso il prelievo su redditi più diffusi, con il risultato che gli 80mila euro in dichiarazione dovrebbero costare non più di 250,50 euro. Se l’impianto previsto sarà confermato nei provvedimenti finali, inoltre, tutti i redditi fino a 33.500 euro continueranno a essere esentati, mantenendo fuori dal contributo la maggioranza dei cittadini.
Non sempre, però, la progressività declinata in chiave locale ha effetti così concreti, anzi spesso si trasforma in uno strumento di carattere più politico che economico. L’obbligo introdotto da quest’anno di seguire in ogni caso gli scaglioni nazionali se non si vuole applicare a tutti la stessa aliquota, oltre a produrre più di un problema operativo (su cui si veda anche l’articolo in basso), impone acrobazie che complicano i calcoli, ma cambiano di pochi euro il conto finale. A Ragusa e Pesaro, per esempio, i cinque scaglioni si concentrano in una forbice tra lo 0,6% e lo 0,8%, che di fatto separa solo dello 0,2% il primo dall’ultimo, obbligando a prelievi con due decimali. Fino ad arrivare al caso di Cagliari, in cui le aliquote sono ancora più ravvicinate: al netto della soglia d’esenzione per chi ha redditi fino a 10mila euro, si parte dallo 0,66% per arrivare agli ultimi tre scaglioni tassati allo 0,78%, 0,79% e 0,80% per cento. Con buona pace dei sostituti d’imposta e del principio di progressività, perché nella sostanza l’aliquota è “piatta”.
L’obiettivo della «razionalità del sistema tributario», dichiarato dalla norma, non sembra centrato, anche perché il puzzle è complicato dal fatto che le Regioni – la cui addizionale è più pesante e può arrivare fino al 2,03% – possono continuare a diversificare le aliquote come meglio credono.

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