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L’Iri fa bene ai redditi medio-alti

di Giovanni Parente e Giovanni Valcarenghi

Non tutti lo ricorderanno, eppure ne avevamo parlato solo qualche mese fa. L'«Autotrasporti Riletti Snc» era una delle tante aziende che aspettava la possibilità di tassare separatamente i redditi d'impresa con l'aliquota del 27,5% (applicata oggi all'Ires) dagli utili del titolare e dei soci "interessati" dalle aliquote progressive Irpef (si veda Il Sole 24 Ore del 26 settembre scorso).
Un'attesa lunga quattro anni, visto che la norma contenuta nella Finanziaria 2008 non è mai diventata operativa per la mancanza di un decreto attuativo. Se la nuova delega fiscale allo studio del Governo (che dovrebbe vararla la prossima settimana) dovesse confermare quanto previsto dalla prima bozza, quella possibilità diventerebbe realtà con l'Iri: l'imposta unica sul reddito imprenditoriale che punta a mettere sullo stesso piano professionisti e imprese, a prescindere dalla forma sociale.
Ma conviene davvero a tutti? A guardare le prime simulazioni sembrerebbe proprio di no. In particolare, l'Iri si tradurrebbe in un risparmio d'imposta per le ditte individuali e le società di persone con redditi medio-alti. Mentre i piccoli sarebbero meno favoriti o addirittura svantaggiati, senza considerare anche la possibile perdita delle detrazioni.
Questo per due ordini di ragioni. Gli imprenditori di minori dimensioni scontano una tassazione Irpef in base alle aliquote per scaglioni di reddito. Allo stato attuale, un imprenditore individuale con un reddito fino a 28mila euro paga il 23% fino a 15mila euro e il 27% per la parte restante, più le addizionali locali stabilite dalla Regione e del Comune di residenza. Con l'Iri, invece, pagherebbe un'imposta proporzionale (allo stato attuale sembra ragionevole ipotizzare un'aliquota del 27,5% come per l'Ires) sul reddito d'impresa, mentre la parte che preleva dalla sua azienda come utile sarebbe tassata comunque secondo le aliquote progressive Irpef.
E qui si arriva alla seconda considerazione. Molti imprenditori individuali vivono solo dei redditi del proprio lavoro e quindi non li lasciano in azienda. L'obiettivo dichiarato del doppio binario di tassazione è, invece, proprio quello di incentivare la capitalizzazione, premiando soci e titolari che non toccano gli utili per destinarli a investimenti. Una direzione verso la quale il Governo ha già fatto un primo passo a dicembre con l'Ace (l'aiuto alla crescita economica). L'incentivo era già previsto dalla vecchia delega per la riforma fiscale ma il Governo Monti l'ha anticipato consentendo una deduzione del 3% (almeno per i primi tre anni di applicazioni) del nuovo capitale investito già dalla prossima dichiarazione dei redditi per chi ha effettuato operazioni in questo senso già lo scorso anno. Inoltre il premio è accessibile anche dalle società di persone e dalle ditte individuali.
L'Iri promette risparmi sicuramente più sostanziosi, ma non per chi ha redditi bassi. Prendiamo, infatti, il caso di una ditta individuale con un reddito di 90mila euro. Se il titolare ne prelevasse meno della metà (40mila) per retribuire il suo lavoro, avrebbe un abbattimento d'imposta addirittura del 22% rispetto al prelievo attuale con le aliquote progressive Irpef. Ma anche a livelli un po' più bassi si registrebbe un miglioramento: chi trattiene 10mila euro su un reddito d'impresa di 40mila potrebbe risparmiare oltre mille euro di tasse. Più si scende e più la convenienza si assottiglia. Fino addirittura a tradursi in uno svantaggio per l'imprenditore che – sebbene sia un caso limite – lascia tutti i 10mila euro incassati in azienda, perché l'aliquota Irpef con l'aggiunta delle addizionali locali è comunque più bassa dell'Iri ipotizzata al 27,5 per cento.
A meno che il testo definitivo, il passaggio parlamentare o quello attuativo della riforma non ipotizzino un'aliquota più conveniente, magari trovando le risorse necessarie con la revisione e il riordino dei diversi regimi fiscali attualmente esistenti che già la bozza attuale ipotizza in un'ottica di semplificazione.

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