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L’ira di Bernanke blocca la causa Aig: ingrati Irritazione alla Casa Bianca

NEW YORK — Ha creato l’AIG fondendo varie società assicurative e, dal 1968, ne è stato per 38 anni il capo assoluto. Ha trasformato una società da 300 milioni di dollari in un gigante che, al culmine del suo splendore, è arrivato a valere 158 miliardi di dollari, tanto da spingere alcuni azionisti ad augurargli l’immortalità. Ma nel 2005, quando aveva già spento 80 candeline, Maurice Greenberg si è dovuto dimettere, travolto da uno scandalo.
Ben presto il gruppo assicurativo ha perso il suo dinamismo; poi, con la crisi finanziaria degli ultimi 18 mesi, le difficoltà sono diventate drammatiche. Gli affari avviati nell’era Greenberg si sono rivelati fragili e molto rischiosi: AIG è arrivata sull’orlo della bancarotta. E’ stata salvata dal Tesoro con una serie di interventi costati (finora) 183 miliardi di dollari al contribuente Usa. Da ieri l’84enne Greenberg è sotto processo a New York con l’accusa di essersi impossessato illecitamente di 4,3 miliardi di dollari di azioni di AIG detenuti in portafoglio da una strana società da lui presieduta, costituita nel 1970 e che, fino al 2005, ha usato il suo patrimonio per integrare le retribuzioni dei dipendenti del gruppo.
Il nuovo vertice dell’AIG – società ormai nazionalizzata, visto che è per l’80% del Tesoro – ha scoperto quasi per caso la strana vicenda della Starr International, la società creata oltre 40 anni fa da Cornelius Vander Starr, titolare di un’assicurazione di Shanghai attorno alla quale si è coagulato il gruppo AIG. «Ereditata» da Greenberg, la società, dicono i gestori attuali del gruppo, era di fatto un “trust” nato per pagare parte delle retribuzioni AIG (probabilmente usufruendo di esenzioni fiscali “border line”) e per proteggere AIG da tentativi di scalata. Benché presidente – sosterrà quindi Theodore Wells, avvocato celebre per aver difeso vent’anni fa Mike Milken, l’inventore dei «junk bonds» (titoli spazzatura) e, più di recente, «Scooter» Libby, il braccio destro di Cheney alla Casa Bianca, nello scandalo “Ciagate” – Greenberg non poteva quindi disporre del patrimonio della Starr.
Greenberg afferma invece che la società non è un «trust»: non c’è alcun atto che lo attesta, non ci sono obblighi formalizzati. A difenderlo sarà David Boies, un’altra celebrità del foro: negli anni ’90 fu l’accusatore dell’Amministrazione Clinton contro la Microsoft e nel 2000 rappresentò Al Gore al momento della contestazione dei risultati del voto presidenziale in Florida. Per Boies Greenberg aveva il diritto di vendere – come ha fatto – le azioni AIG.
Un processo che già appassiona Wall Street e i contribuenti americani, ma anche anomalo: la Starr è una società di natura indefinita i cui obiettivi non erano stati messi nero su bianco. E l’imputato Greenberg non è un altro Madoff né un personaggio come quelli che hanno animato gli scandali Enron o Worldcom, ma un imprenditore che fu definito dal procuratore Spitzer l’uomo d’affari più influente del mondo, uno che aprì agli Usa la porta degli affari con la Cina quando la parola globalizzazione non aveva ancora fatto capolino nel nostro vocabolario.
Greenberg non solo difende la legittimità dei suoi comportamenti, ma vuole usare il processo per ottenere una riabilitazione anche rispetto alle accuse del 2005 per le quali fu messo alla porta (ma non condannato) e per accusare chi è venuto dopo di lui e lo stesso governo Usa di aver fatto un pessimo lavoro. I nuovi capi di AIG devono, invece, rassicurare i contribuenti: il vostro denaro non viene sperperato e chi ha spinto la società verso il baratro facendole rischiare troppo, non la farà franca.

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