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Liquidità, rischio riciclaggio: l’allarme di procure e Viminale

ROMA – Sulla crisi economica da Covid-19 aumenta l’allerta del ministero dell’Interno e delle procure della Repubblica. Ieri alle commissioni riunite Finanze e Attività produttive della Camera dei deputati, in occasione dell’esame del Dl Imprese, sono stati sentiti il procuratore nazionale Antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero De Raho; il numero uno della procura di Napoli, Giovanni Melillo; il capo della procura di Milano, Francesco Greco. Mentre il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha riunito il Cnosp, comitato nazionale ordine pubblico e sicurezza, presenti i vertici delle forze di polizia e dell’intelligence.

La preoccupazione, dunque, è altissima: l’occasione per la mafia di cooptare imprenditori allo stremo o intercettare finanziamenti pubblici è troppo ghiotta oggi. Secondo il Viminale prosegue il crollo dei delitti con il lockdown: -66% dall’1 al 31 marzo (68.069 delitti contro i 203.723 dello stesso periodo del 2019). Ma aumenta l’usura (+9,1%): proprio uno dei reati-spia che segnalano i tentativi delle criminalità organizzate di mettere le mani sull’economia legale.

«L’intero circuito produttivo e commerciale è esposto al rischio di infiltrazione da parte della criminalità organizzata» recita il comunicato finale del ministero dell’Interno. Uno scenario che «può favorire dinamiche corruttive e rapporti illeciti tra imprenditori, funzionari pubblici e organizzazioni criminali».

L’allarme era partito da tempo dal dipartimento di Pubblica sicurezza guidato da Franco Gabrielli. Il tema resta critico, sul piano politico, vista l’erogazione alle imprese dei prestiti delle banche con la garanzia pubblica di Sace. Osserva il procuratore De Raho: «Non devono ritardare i finanziamenti nè l’accesso al credito» ha spiegato in audizione a Montecitorio . M ma i controlli in parallelo all’erogazione dei fondi«devono essere sviluppati» con la garanzia della «tracciabilità dei flussi finanziari» così come è necessaria la conoscenza «dell’organigramma dell’impresa». Secondo il procuratore nazionale «i dati delle autocertificazioni vanno inviati alle prefettura ed alla Dna, che potrebbe confrontarli con quelli della sua banca dati».

È un meccanisno a catena: la Dna può incrociare i dati ricevuti con quelli della sua poderosa banca dati. «In caso di positività, se ostensibili, i dati vanno trasmessi alle prefetture per le interdittive antimafia». Ma possono anche prendere la strada delle segnalazioni alle 26 procure distrettuali. La legislazione antimafia in Italia, insomma, c’è già.Basta usarla. Soprattutto adesso.

 

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