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Liquidità. Ma il potere è a Francoforte

A cinque anni dall’inizio della crisi l’economia mondiale non è sulla strada del ritorno alla normalità. Secondo Ken Rogoff, Carmen Reinhart e Vincent Reinhart il mancato ritorno alla normalità non può stupirci. Anzi, è proprio quello che ci si deve attendere dopo una crisi che è stata — ed è — insieme finanziaria e bancaria. L’esperienza storica insegna infatti due lezioni amare. La prima è che spesso la disoccupazione non è ritornata ai livelli precedenti nemmeno dopo un decennio dallo scoppio della crisi. In più, grosso modo una volta su due, le grandi recessioni non hanno poi portato ad una solida ripresa.
Anche stavolta la breve e graduale ripresa successiva alla riduzione del Pil è poi sfociata in un altro periodo di recessione. Con un’aggravante: stavolta i governi hanno pochi soldi e questo preclude la via fiscale alla crescita. Poco possono anche i banchieri centrali. Con le loro iniezioni di liquidità, Bernanke e Draghi hanno finora evitato guai peggiori, ma certo non possono alimentare da soli un nuovo ciclo di crescita economica. E’ questo che ha cominciato a deprimere i mercati alla fine del primo trimestre 2012: realizzati i profitti maturati da inizio anno, non si vede la fonte di buone notizie per i prossimi mesi e, forse, anni.
L’incognita del lavoro
Nel più recente World Economic Outlook, il Fondo Monetario vede l’economia americana crescere del 2% circa nel 2012-13, più o meno come nel 2010-11 e molto meglio che negli anni della Grande Recessione del 2008-09. Tutto come prima dunque? Non proprio, perché con questi tassi di crescita in America il Pil al netto dell’inflazione è ritornato solo nel 2011 al suo livello del 2007. In più, al lento recupero del Pil stavolta non ha nemmeno fatto seguito un ritorno della disoccupazione e degli occupati ai livelli precedenti. La percentuale dei senza lavoro americani — oggi in calo all’8% — è ancora molto lontana dalla media di lungo periodo del 6%. E il numero di occupati è sceso dal massimo di 253 milioni nel 2007 al minimo di 242 milioni nel 2010, per poi risalire a quota 245 nel 2011. Al ritmo del primo trimestre 2012 (poco più di 150 mila nuovi occupati ogni mese) il mercato del lavoro americano potrà arrivare a 247 milioni di occupati prima delle elezioni di novembre. Rispetto a prima della crisi all’appello mancheranno 6 milioni di lavoratori. Non un viatico per le ambizioni di rielezione di Obama, il quale certo non vuole passare per colui che ha sistemato i fatturati aziendali dimenticandosi della gente. In più, c’è che una parte della crescita e quindi dell’occupazione di oggi è alimentata da squilibri fiscali e monetari — il deficit pubblico al 10% del Pil e i tassi di Bernanke ancora schiacciati a zero — non sostenibili nel più lungo termine.
L’Europa divisa in due
In Europa la situazione è anche peggiore. Il Fondo Monetario vede una zona euro in recessione nel 2012 e in modesta ripresa sotto all’1% nel 2013. Del resto, per ora il precipitare della crisi dei debiti sovrani è stato solo evitato con la combinazione di politiche fiscali restrittive (sulla carta più che in pratica) e di politiche monetarie espansive che hanno alternato acquisti di titoli del debito pubblico a operazioni di rifinanziamento a lungo termine delle banche. Ma a questo punto, negli Stati Disuniti d’Europa, i punti di Pil mancano proprio dove ce ne sarebbe più bisogno. Se la crescita 2010 e 2011 ha riportato Francia e soprattutto Germania ai livelli 2007, lo stesso non vale per Spagna e Italia dove i punti di Pil mancanti rispetto a prima della crisi sono ben quattro. Il guaio è che il Pil mancante tiene alta la disoccupazione (al 20% in Spagna e in Grecia e al 10% in Italia come nel resto dell’Europa non tedesca) e scoraggia i consumi. E così la crisi 2011-12, sia pure meno intensa di quella del 2009, è oggi molto più pesante dal punto di vista sociale. Inevitabilmente, gli aiuti praticabili nell’Europa a due velocità sono il compromesso tra il ricatto della Grecia che può minacciare il default unilaterale e il rifiuto della Germania di diventare lo stagno di risorse fiscali per tutta l’unione. In questo quadro, le borse europee segnano il passo e l’euro scende verso i minimi dell’anno.
E anche la Cina rallenta
Per colpa del rallentamento della crescita mondiale anche le borse dei paesi emergenti soffrono. Soprattutto perché anche la Cina è in rallentamento dalla fine del 2011. Oggi, a differenza che nel 2008-09, il rallentamento durerà più di due trimestri e si estenderà probabilmente almeno al secondo trimestre 2012. Anche in Cina pesa la contrazione del credito. La recente riduzione del coefficiente di riserva obbligatoria di 50 punti base è per ora insufficiente. Di questo passo potrebbe davvero capitare che la crescita 2011-15 — prevista al 7 per cento nel più recente piano quinquennale — sia per una volta una previsione corretta e non pessimistica.
Cosa ci aspetta
In attesa di grandi idee per rilanciare la crescita in modo più duraturo, l’economia mondiale è — tanto per cambiare — appesa alla prossima (l’ultima?) ondata di liquidità proveniente dalle banche centrali. In Europa, ciò avverrà senza abbandonare l’approccio caso per caso che è l’unico consentito dai trattati: alla Bce è infatti vietato finanziare i deficit pubblici dei paesi e non può quindi acquistare titoli del debito pubblico sul mercato primario. In America, la Fed si divide tra chi suggerisce di confermare l’impegno a tenere i tassi inalterati fino al 2014 e chi – preoccupato dal rallentamento del mercato del lavoro – vorrebbe azioni più decise per scongiurare il rischio di una nuova recessione.
Certo non è molto. Ma aspirare a stimoli più consistenti di quelli monetari sarebbe poco plausibile in un mondo che è ancora nel pieno di una crisi finanziaria e bancaria dalla coda lunga e velenosa e da cui non si può certo uscire accumulando altri debiti pubblici.

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