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L’ipotesi del voto il 24 settembre, il Quirinale si prepara allo scenario

A questo punto Sergio Mattarella si sta preparando al voto anticipato, e non perché sia ormai definitivamente rassegnato all’ipotesi. Infatti, se e quando sarà investito del compito di decidere le sorti della legislatura, manderà il Paese alle urne sulla base di «una valutazione realistica del quadro politico» come gli apparirà in quel dato frangente e come del resto prevede la prassi costituzionale. Non per nulla è così che va interpretato l’articolo 88 della Carta, là dove si dice che, «sentiti i presidenti delle Camere» (ma sentiti non platonicamente, quanto nel senso di capire se le Assemblee siano ancora in grado di operare o se esista una maggioranza alternativa), il capo dello Stato «può» sciogliere il Parlamento.

E se proprio sarà costretto a decretare il tutti a casa entro l’autunno, per lui è meglio prima che dopo. Meglio votare a settembre, in quella domenica 24 della quale si parla con insistenza, in modo che un nuovo governo sia già in grado di mettere in piedi la legge di Bilancio il cui termine di presentazione è fissato per il 15 ottobre. Tutto ciò a patto, com’è ovvio, che il risultato del voto assicuri la formazione di un esecutivo in tempi stretti.

Insomma, la nuova legge elettorale ancora non c’è e, dopo la frenata di ieri di Beppe Grillo (poi corretta), resta pur sempre l’incognita che l’intesa tra Partito democratico, Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle evapori di colpo. Ma se il patto a quattro (o a tre?) dovesse invece reggere e se davvero un largo arco di partiti gli chiedesse di mandare gli italiani al voto prima della scadenza naturale di febbraio, il presidente della Repubblica non avrebbe chance per opporsi a una simile eutanasia. Tanto più se ciò avvenisse non per un autoscioglimento del Parlamento (vagheggiato da qualcuno ma non contemplato dalle nostre norme fondamentali), ma magari «per abbandono» del premier Paolo Gentiloni, oggettivamente logorato dalla componente più forte e nervosa della sua stessa maggioranza, cioè i democratici renziani.

Dopo tormentatissime settimane di pressing incrociati, ecco lo scenario su cui — senza alcun entusiasmo — lavora il Quirinale in queste ore. Mattarella, com’è regola in casi del genere, non si esprime pubblicamente. Con i mercati in allerta e la politica in fibrillazione, ogni sua parola potrebbe suonare destabilizzante.

Certo, avrebbe preferito che la legislatura si chiudesse nel 2018. Per almeno tre motivi da brividi: 1) contro i timori di un impatto negativo di elezioni convocate durante la sessione di Bilancio (con il rischio di dover rifugiarci nell’esercizio provvisorio); 2) contro il pericolo che si scateni la speculazione finanziaria sui mercati; 3) per rasserenare le Cancellerie europee, diffidenti sulla stabilità del nostro Paese.

Chi lo conosce e gli ha parlato negli ultimi tempi sa però che per il presidente, ex giudice di quella Consulta che ha bocciato l’Italicum, il varo di una nuova e decente legge elettorale ha la precedenza assoluta. E che considera un’intesa su questo nodo, meglio se vasta e salda, un valore in sé. Se non altro perché poi, quando si farà la conta delle schede, nessuno potrà recriminare su un «voto illegittimo», com’è capitato troppe volte nella Seconda Repubblica.

In questo calcolo di costi e benefici si spiega anche la sua inclinazione a suggerire, se questo gli sarà chiesto concordemente, un traghettamento non traumatico della legislatura verso il voto. Con una preferenza, se la forza delle cose ci porterà a questo esito, per il 24 settembre.

Marzio Breda

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