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L’Investment compact attira i fondi sovrani con un fisco più semplice

Saranno i fondi sovrani mediorientali, le holding cinesi e i fondi di private equity statunitensi i destinatari privilegiati della norma sul tax ruling, che domani approda al Consiglio dei ministri all’interno del decreto Investment compact. A chi investe in Italia oltre 500 milioni un accordo con le amministrazioni pubbliche garantirà il congelamento delle condizioni fiscali per tutta la durata del piano d’investimento.

Una buona notizia per i fondi sovrani mediorientali. Ma anche per le holding e i fondi cinesi. E per i grandi fondi di private equity americani. Saranno questi tre gruppi, soprattutto, i destinatari privilegiati dell’articolo sul tax ruling contenuto nel decreto “Investment compact”, che sarà domani sul tavolo del Consiglio dei ministri. In particolare, il governo intende offrire ai grandi investitori, quelli con un progetto pluriennale da oltre 500 milioni di euro, il congelamento delle regole fiscali per tutta la durata del piano d’investimento. Basterà insomma un accordo con l’amministrazione pubblica per mettersi al sicuro da tutte le modifiche normative di carattere fiscale che saranno varate successivamente alla stipula del contratto d’investimento.
Progetti di così grande portata, però, si contano sulle dita di una mano. Lo spiega bene Marco Mutinelli, docente all’Università di Brescia e responsabile della banca dati Reprint del Politecnico di Milano: «Lvmh, che pure in Italia ha fatto un grande investimento, ha speso in tutto 400 milioni, suddivisi su otto gruppi differenti. Se 500 milioni resterà la soglia minima per l’applicazione della norma, non potrà che interessare una decina di iniziative al massimo. Potrebbe trattarsi di progetti nel settore turistico, in cui potrebbero investire alcuni fondi sovrani, oppure di grandi privatizzazioni del patrimonio industriale nazionale».
Quali sono i fondi a cui strizza l’occhio la norma allo studio? Il premier Renzi è appena tornato da un viaggio negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato i vertici di Mubadala, il fondo sovrano che l’anno scorso ha rilevato Piaggio Aero. E non a caso, in perfetto tempismo con il decreto Investment compact, il 26 gennaio sbarcheranno in Italia per discutere di infrastrutture i vertici di Adia, il più importante fondo sovrano di Abu Dhabi, terzo al mondo per potenza di fuoco, con un patrimonio di oltre 580 miliardi di dollari.
Il Medio Oriente però non è l’unico target: «Registriamo un aumento dell’interesse per l’Italia da parte dei fondi e delle holding cinesi, che in quanto di proprietà statale sono assimilabili a un fondo sovrano – spiega Paolo Mascaretti, partner Corporate Finance di Kpmg – grazie all’apprezzamento del dollaro, poi, anche i grandi fondi di private equity americani potrebbero essere sempre più interessati alla partita». A differenza degli investitori mediorientali, che in Italia cercano target legati al lusso e alle infrastrutture, i cinesi prediligono obiettivi più industriali, che possano offrire alle aziende acquirenti il know how di cui hanno bisogno.
Per gli investimenti dei fondi sovrani in Italia, ricorda l’avvocato Paolo Sersale, di Cliffor Chance, a differenza di altri Paesi europei – Spagna in testa – il 2014 è stato un anno piuttosto fiacco: «Anche se guardiamo al 2013, vediamo che l’unica operazione oltre un miliardo di dollari condotta in Italia è quella del Qatar su Porta Nuova a Milano. Nello stesso anno, in Francia di operazioni miliardarie ce ne sono state ben quattro».
Negli ultimi cinque anni l’Italia è stata teatro di una decina in tutto di incursioni da parte dei grandi fondi sovrani, per la maggior parte mediorientali(vedi grafica). I grandi capitali pubblici arabi hanno però anche un ruolo di primo piano nel Fondo strategico italiano: nato nel 2011 e a oggi con un capitale di 6 miliardi di dollari, ha investito in diverse società e ha stretto partnership importanti con Qatar Holding e la Kuwait investment authority.
Servirà allora, questa norma, a incentivare in concreto nuovi, grandi investimenti nel nostro Paese? «Quello che conta di più di questa norma, se verrà confermata – sostiene Sersale – è il cambiamento culturale che comporta: in pochi anni siamo passati da un atteggiamento ostile nei confronti degli investitori esteri, accusati solo di scippare il patrimonio industriale italiano, all’idea che invece i capitali stranieri sono i benvenuti e, anzi, vanno aiutati a entrare».

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