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L’inverno della crisi raffredda il portafoglio

Chi pensa che il mondo del denaro sia retto dalla fredda razionalità e dalle interpretazioni assertive farà meglio a ricredersi. Nel caso del risparmio familiare siamo davanti a una grandezza che si presta a letture ambigue e questo avviene sia nel caso in cui si assista a una crescita, sia nel caso di frenate. Rifugiamoci allora nelle confortevoli certezze dei numeri elaborati dalla Banca d’Italia: il risparmio italiano gode di buona salute, connotata da una crescita delle quantità. Alla fine del 2014, lo stock delle attività finanziarie delle famiglie italiane ha sfiorato i 3.900 miliardi di euro. L’incremento rispetto a fine 2013 è stato di oltre 100 miliardi. Le voci che hanno evidenziato l’andamento migliore sono relative a conti correnti, fondi comuni e assicurazioni (in particolare polizze vita). Lampeggia, dunque, la prima luce rossa sul quadro della finanza familiare: quella che segnala avversione al rischio o, se si preferisce, voglia di punti fermi e di coperture.
Nel 2015 questo trend positivo è stato confermato dal costante miglioramento della propensione al risparmio delle famiglie, testimoniato dalle statistiche Istat. Nel terzo trimestre dell’anno scorso a livello nazionale il rapporto tra risparmio lordo e reddito disponibile lordo ha raggiunto il 9,5 per cento. Rispetto al trimestre precedente l’aumento è stato pari a 0,9 punti, mentre sulla distanza dei 12 mesi ammonta a 0,3 punti. «L’aumento della propensione al risparmio rispetto al trimestre precedente – commentano gli analisti dell’Istat – deriva da una crescita del reddito disponibile delle famiglie consumatrici più sostenuta rispetto a quella dei consumi (rispettivamente +1,3% e +0,4%)». Anche in questo caso è possibile trovare conferma del desiderio di evitare scelte impegnative esaminando l’andamento della raccolta bancaria (fonte Abi): tra fine 2014 e fine 2015 si riduce del 13% (-57,5 miliardi) la componente a medio-lungo termine (le obbligazioni), mentre crescono i depositi (+3,7% , pari a 47,3 miliardi).
Ne esce evidenziato lo stretto rapporto che lega crescita e insicurezza. Un connubio che porta spesso a scelte di mero parcheggio delle risorse, compiute per paura, ma anche per insufficiente capacità di valutare le tendenze dei mercati. L’aumento delle quantità, dunque, non è una notizia del tutto positiva, dal momento che non si traduce pienamente in un sostegno all’economia attraverso la sottoscrizione di impieghi produttivi. Questa impossibilità di interpretazioni univoche è un fatto comprensibile, visto che nel caso dei patrimoni familiari non si tratta solo di grandezze matematiche e vile moneta, ma di reazioni emotive di fronte alle difficoltà e di decisioni che attengono direttamente alle scelte di vita di ciascuno.
Questo sottofondo di irrazionalità si fa sentire non soltanto nel caso dei nostri comportamenti come risparmiatori, ma anche nelle valutazioni degli esperti quando – per esempio – sono posti davanti alla fatidica domanda: se il risparmio cresce è un bene o un male? Basti pensare ai rapporti, piuttosto controversi, tra risparmio e consumi o tra risparmio e crisi economica.
Una via d’uscita dall’ambiguità di fondo di numeri e tendenze si può però trovare considerando l’evoluzione delle scelte di investimento. La questione dirimente diventa allora non “quanto”, ma “come” si investe. Più liquidità, per ricordare un esempio noto, indica timore sulle prospettive, che da sempre spinge il denaro ad addormentarsi sul cuscino dell’incertezza. La fotografia dei salvadanai in ogni regione (si veda a pagina 3) permette di apprezzare nel dettaglio come interagiscono queste forze, definite dagli esperti “comportamentali”, mettendo in luce le differenze nell’allocazione e dunque nelle aspettative circa l’uscita o meno dalla stagnazione.
«All’interno della ricchezza complessiva – commenta Giovanni Ajassa, responsabile dell’Ufficio studi Bnl, Gruppo Bnp Paribas – c’è un processo di ricomposizione che combina trend a lungo termine a risposte più immediate. In termini di tendenze si registra una redistribuzione a favore degli investimenti in prodotti assicurativi e fondi pensione e una rimodulazione al ribasso del peso di titoli pubblici e obbligazioni bancarie. Coerentemente con uno scenario di allungamento della vita media e di riforme pensionistiche, gli italiani sono più sensibili che in passato verso investimenti capaci di tutelare la protezione del capitale a lungo termine. È un processo che è partito ma che rimane lungi dall’essere completato, visto che i prodotti assicurativi e i fondi pensione rappresentano in Italia il 16% delle attività finanziarie delle famiglie, la metà rispetto all’Eurozona».
Gli stati d’animo, che si traducono in questi comportamenti di investimento, sono stati fotografati in autunno dall’indagine Acri-Ipsos su “Gli italiani e il risparmio”, giunta alla 15esima edizione. Ne esce confermata l’immagine di un Paese intimorito e bisognoso di educazione finanziaria, nel quale – nonostante le diverse sfumature regionali – la liquidità vince a mani basse (è preferita addirittura da due italiani su tre). L’avversione al rischio è presente ovunque, ma ha le sue roccaforti al Centro e al Sud: lo conferma la riscoperta del mattone, che guida il ritorno verso gli strumenti considerati più sicuri.
Nella fuga dagli investimenti a maggiore profilo di rischio gioca un ruolo rilevante la gracile alfabetizzazione finanziaria, tradizionale punto debole del popolo più risparmioso d’Europa. «Va elevato il livello delle competenze finanziarie – ha spiegato infatti Fabio Panetta, vicedirettore generale della Banca d’Italia, intervenendo alla presentazione dello studio Baffi Carefin Bocconi in collaborazione con Equita Sim -. Una rilevazione condotta nel 2015 da Standard&Poor’s su oltre 140 Paesi evidenzia che in Italia meno del 40% degli adulti conosce almeno tre concetti tra l’interesse semplice, l’interesse composto, la diversificazione del rischio e l’inflazione, a fronte di una media europea superiore al 50%».
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