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L’intervista «L’associazione ora si rinnovi E lasci parlare i candidati»  

MILANO «Trovo incomprensibile la decisione di non consentire ai candidati di rendere pubblici, anche fuori dall’associazione, i programmi, le idee, i punti di vista sul futuro di Confindustria e soprattutto sul ruolo dell’impresa italiana per lo sviluppo del Paese». Quattro anni fa Alberto Bombassei faceva quello che fanno ora Vincenzo Boccia, Marco Bonometti, Aurelio Regina, Alberto Vacchi: correva per la presidenza di Viale dell’Astronomia. Perse per una manciata di voti da Giorgio Squinzi. Non ha mai lasciato né la sua azienda, ovviamente, né il mondo associativo, pur se poi è approdato in Parlamento con Mario Monti. Oggi non è il solo, nemmeno tra i suoi colleghi imprenditori, a non capire il silenzio-stampa imposto a chi è in lizza per la successione a Squinzi. Non arriva a dire che sia il frutto di un’interpretazione restrittiva delle regole da parte dei saggi. Ma il messaggio è chiaro.
Dicono i difensori della linea del silenzio: è sacrosanto che siano solo gli imprenditori a discutere chi debba essere il loro presidente.
«Ma non possiamo dare la sensazione di essere chiusi in noi stessi. E poi, mi sembra un modo per rifuggire da un ruolo pubblico che comunque dobbiamo avere. Quattro anni fa avevo proposto un confronto, anche in tv, tra me e Squinzi. Non fu possibile. Il fatto che sia così anche oggi mi lascia quanto meno perplesso».
Questione di trasparenza?
«Non solo. Io sono in Parlamento da più di due anni, ma sono interlocutore del mondo politico da 15. Il ricambio. velocissimo, è evidente. Anche noi imprenditori dobbiamo tenerne conto».
In che modo?
«Confindustria ha bisogno di imporsi con la qualità e la coerenza delle sue proposte. Però non possiamo fingere di non capire la novità generazionale che il governo in carica ha portato. Comunque la si giudichi, stiamo vivendo una stagione completamente nuova, che ci impone di scegliere un presidente giovane».
Non è una garanzia in sé.
«Chiaro. Ma serve qualcuno che abbia capito fino in fondo come affrontare cambiamenti epocali. E che abbia la capacità di lavorare in squadra. La Confindustria più efficace è stata quella che portava valore aggiunto e competenza a chi doveva decidere. È possibile solo se si possiede grande qualità di struttura e persone. Per questo occorre una leadership che rinnovi in modo radicale e faccia leva sull’autorevolezza del nostro movimento».
Perdoni: è un’autorevolezza che sembrate aver perso. Forse non solo per via della crisi delle rappresentanze.
«È un fatto, ed è un segno dei tempi, che Matteo Renzi abbia indebolito il nostro ruolo, pur promuovendo riforme attese da larghissima parte del mondo imprenditoriale. Il punto è che, dai governi, occorre essere in grado di farsi ascoltare. Io faccio parte della Commissione attività produttive della Camera, una di quelle che la “mia” Confindustria frequentava con più assiduità. Bene. Negli ultimi anni l’associazione l’ho vista raramente».
Quindi: ora? Quale presidente?
«Stimo tutti coloro che hanno offerto disponibilità. E nei programmi ritrovo molto di quel che proponevo quattro anni fa. Ma sono la visione di Vacchi, la sua idea di Confindustria e il suo programma di radicale rinnovamento quello che condivido appieno».
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