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L’intervento di Gentiloni con il governo di Berlino ha sbloccato il negoziato

Ora che tacciono i cannoni bisogna dirlo: si è giocata negli ultimi tre mesi una guerra politica tra l’Europa e l’Italia. Dove sparando su Mps, Vicenza e Veneto, le tre banche finite in crisi (per loro chiare responsabilità di gestione) molti Paesi hanno cercato di portare Roma a chiedere l’intervento del fondo salva- Stati Esm, e ad accettare così le pesanti condizioni previste in contropartita. «Le banche sono il nuovo spread» è la frase che non solo tra le sale operative dei fondi avvoltoio, ma anche ai piani supremi dell’Eurotower, si è ripetuta mentre le condizioni degli istituti italiani facevano paura a tutti.
La settimana scorsa è successo qualcosa. Il tempo farà capire meglio i dettagli: si sa che si è mosso il presidente del consiglio Paolo Gentiloni in persona, e che si è rivolto ai vertici della Germania. Per magia, gli arcigni funzionari dell’antitrust europeo e della Bce si sono mitigati, e una partita che sembrava infinita – ma non per i correntisti, che in Veneto stanno levando le tende dalle due banche in crisi – si è sbloccata lunedì, quando il tavolo negoziale ha dato accesso a Vicenza e Veneto alla procedura di aumento “precauzionale”, dichiarandole solvibili.
A quel punto la Bce ha dato i suoi numeri di fabbisogno patrimoniale, e il fronte italiano ha ricominciato a tessere la trama del negoziato fermo da mesi. Eppure l’azionista unico Atlante era già stato autorizzato a Francoforte lo scorso novembre nel suo piano di salvataggio: fondere le due banche in una, nuova e ripulita dai vecchi crediti erogati a fini di potere dalle gestioni di Zonin e di Consoli, e imbarcare capitali privati per rivendere in un triennio una rete sparsa sulla quarta regione più ricca d’Europa. Solo che dopo la caduta del governo Renzi e il contestuale fallimento della ricapitalizzazione “privata” sul mercato, i giudizi di Francoforte sono stati rettificati a loro volta. E dentro il board del meccanismo unico di vigilanza i membri riferiti a Spagna, Irlanda, Grecia, Cipro – che negli anni hanno avuto soldi pubblici per salvare le loro banche hanno avuto buon gioco, in asse con i loro emissari a Bruxelles, nel mettere paura alla capa del Ssm (l’organo di supervisione europea sul credito) Danièle Nouy. Paura che un secondo flop degli investitori “di mercato”, come già su Mps, avrebbe lasciato sul groppone all’Eurotower le responsabilità dei tanti pasticci recenti visti dopo la horror story veneta degli anni passati. Il cambio di vento per giunta avveniva tra febbraio e marzo, mentre il governo italiano cercava se stesso, e la Bce ha stretto il gioco attorno alle due banche in modo tanto forte e rapido che i soldi pubblici sono rimasti l’unica soluzione praticabile. Con grande scorno di Alessandro Penati e di Giuseppe Guzzetti, due tra i più convinti assertori del ruolo di Atlante nel rilancio del settore. Ora a Palazzo Chigi, al Tesoro e sulla tolda delle banche in crisi si parla già al passato di queste cose: anche se è chiaro che c’è ancora molto fango da spalare. Atlante, per esempio, negli ultimi sei mesi ha profuso 3,5 miliardi sull’altare del salvataggio “privato”, che prima dell’estate (se tutto va bene) pagherà il Tesoro con il contributo degli investitori professionali in bond subordinati, per una somma che potrebbe attestarsi sui 5 miliardi.
Atlante dovrà dapprima negozia con le autorità per limitare al massimo la sua diluizione nel capitale delle due banche venete, che comunque sarà elevata Solo una volta definiti prezzi e oneri dell’aumento pubblico nelle banche venete si potrà calcolare l’entità della svalutazione per il fondo: non sarà lieve, anche se i costi di risoluzione per il settore sarebbero stati certo più alti. Poi Atlante gestirà la cartolarizzazione dei cattivi crediti veneti, stimata in una dozzina di miliardi.

Andrea Greco

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