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L’intervento di soggetti terzi esclude la finalità elusiva

Nessuna finalità elusiva in una riorganizzazione aziendale quando una parte degli atti contestati è posta in essere da soggetti tra loro terzi in potenziale conflitto di interesse economico. Ad affermarlo è la sentenza 11/8/2013 della Ctp Milano che, nell’accogliere integralmente il ricorso presentato dalla società ricorrente, stabilisce il principio per cui le operazioni poste in essere con soggetti terzi sono difficilmente ipotizzabili come atti prodromici alla realizzazione di un fine elusivo.
La controversia riguarda uno dei principali gruppi nel settore della moda e del lusso. La società accertata era titolare dei diritti di sfruttamento del marchio per l’Italia e gli Stati Uniti, mentre una consociata lussemburghese era titolare degli stessi diritti per il resto del mondo. Tale assetto era quello risultante in capo al gruppo, così come organizzato dal precedente azionista.
Nell’ambito di un riassetto industriale e finanziario, successivo all’acquisizione dell’intero gruppo da parte di un nuovo azionista, le società titolari dei marchi hanno ceduto i propri diritti a un soggetto italiano di nuova costituzione, che poi veniva incorporato nella stessa società precedentemente titolare del marchio per l’Italia. A seguito della fusione, avvenuta nel 2005, l’incorporante ha rivalutato il valore fiscale del marchio, affrancando il maggior valore attraverso il pagamento dell’imposta sostitutiva del 12% ai sensi della legge 266/2005 (commi 469 – 476). La norma consentiva di rivalutare i beni risultanti dal bilancio dell’esercizio chiuso entro il 31 dicembre 2004 nel bilancio dell’esercizio successivo, attraverso il pagamento di un’imposta sostitutiva del 12% per i beni ammortizzabili e del 6% per i beni non ammortizzabili. Gli effetti della rivalutazioni decorrevano dal terzo esercizio successivo (ordinariamente il 2008). Il maggior valore del marchio – per quanto emerge dalla sentenza – era supportato da perizie e da operazioni riconducibili a soggetti indipendenti.
L’amministrazione finanziaria ha disconosciuto gli atti effettuati, anche in base a una presunta antieconomicità dell’ operazione nel suo complesso, rettificando il valore iniziale dell’intangible in capo alla società incorporata e disconoscendo di conseguenza gli ammortamenti operati medio tempore sul valore rettificato.
La società ricorrente, oltre a difendere la correttezza della valutazione effettuata per rivalutare il marchio in bilancio, ha rigettato la contestazione basata sull’antieconomicità evidenziando che l’operazione era diretta a nazionalizzare il marchio, unificandone la gestione in capo a un unico soggetto.
Dopo aver riconosciuto la difficoltà di determinare il valore di un marchio in base a criteri stereotipati e/o frutto di teorizzazioni, i giudici hanno evidenziato che nel caso specifico l’acquisto del marchio non poteva essere valutato quale operazione a sé stante, ma andava inserito nella più ampia riorganizzazione industriale e finanziaria del gruppo: riorganizzazione nella quale erano intervenuti anche soggetti terzi, non riconducibili a un unico interesse patrimoniale.

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