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L’intervento dello Stato e la soglia (limite) dell’82% Piano B, Profumo cerca soci

La matematica della possibile nazionalizzazione è stata indicata ieri dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli in Parlamento: se il Montepaschi non dovesse essere in grado di rimborsare i 3,9 miliardi prestati dallo Stato sotto forma di Monti-bond, «considerando il prezzo attuale dei titoli Mps» ieri pari a 26 centesimi dopo un rialzo del 2,3%, «la quota del Tesoro salirebbe all’82% del capitale della banca» in caso di conversione totale. Ipotesi di scuola certo, anche per una banca che in Borsa capitalizza 3 miliardi. Ma il cui significato che non va tuttavia trascurato in un Paese che, contrariamente ad altri per tradizione ben più liberisti come Gran Bretagna e Stati Uniti, non ha fatto ricorso a salvataggi con nazionalizzazioni anche nel periodo più nero per il sistema bancario mondiale iniziato nel 2007 con la crisi dei subprime. Anzi, anche con i miliardi diretti a Siena (in parte utilizzati per restituire i precedenti Tremonti bond), l’impegno dello Stato a sostegno degli istituti di credito resta fra i più bassi in assoluto.
Sono considerazioni ben presenti a Siena. Il presidente Alessandro Profumo rinnova ogni giorno ai suoi collaboratori, ma anche in pubblico, la ferma convinzione di riuscire a rimborsare il prestito (che prevede tassi pari al 9% che possono salire al 15%) ed evitare l’ipotesi di una nazionalizzazione che, ha dichiarato nei giorni scorsi al Sole24Ore, reputa una «eventualità disgraziata perché porterebbe allo smembramento del gruppo». Ma come intende procedere? Con il reddito generato dalla banca, con quanto previsto dal piano industriale in termini anche di tagli ai costi e dismissioni di asset non core, con l’esercizio della delega per un aumento di capitale da 1 miliardo, esercizio previsto entro il periodo di piano e quindi al massimo nel 2015 ma che potrebbe essere anticipato. Se la situazione economica e lo specifico elettorale italiano contribuiscono a dare a chiunque scarsa visibilità su decisioni come quelle di presentarsi sul mercato a chiedere risorse, la situazione a Siena, tutt’altro che definita, complica ulteriormente le cose e si può dire che intorno a una possibile agenda la nebbia sia al momento assai fitta.
Anche perché un aumento di capitale come quello Mps richiede ci siano le condizioni per rivolgersi a nuovi investitori di lungo periodo. Intenzione anche in questo caso già manifestata ma che al momento è rimasta tale: non sembrano ancora in corso contatti o esplorazioni per trovare nuovi soci finanziari e stabili. È chiaro che vengono in mente grandi fondi internazionali, fondi sovrani, ma al momento nessuna strada sarebbe stata ancora percorsa. Premessa per poter «invitare» candidati nuovi soci può essere l’abolizione del tetto al 4% del diritto di voto: un vincolo che Profumo si era già ritrovato in Unicredit (al 5%) come eredità della privatizzazione, e che a Siena vorrebbe eliminare.
Gli assetti al Montepaschi potrebbero poi anche cambiare in virtù della decisione «obbligata» della Fondazione, socio con il 35% circa alle prese con un ingente indebitamento, di vendere un altro 10% della banca. Come già accaduto, l’ente presieduto da Gabriello Mancini potrebbe procedere frazionando la quota fra diversi investitori. Anzi, in questo caso è ritenuto possibile, a quotazioni più favorevoli, che si proceda con un accelerated bookbuilding, meccanismo che prevede una veloce allocazione delle azioni presso investitori istituzionali raccogliendo gli ordini e stabilendo al termine il prezzo finale. In ogni caso è la fine del vecchio assetto che, in modo anomalo, ha visto sopravvivere un link unico e privilegiato tra fondazione e banca. A Profumo e all’amministratore delegato Fabrizio Viola, che già di fatto sono commissari a tutti gli effetti, tocca la missione non solo di riportare in sicurezza una banca ancora privata, ma anche di trasformarla in un istituto «normale» per assetti e governance. E questo è forse il compito più difficile.

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