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L’interesse a tempo per l’Italia, i nuovi timori degli investitori esteri

Dalla Grande Crisi avremmo dovuto imparare che non si può guidare un Paese, nessun Paese, se non si capiscono i mercati finanziari e se non se ne tiene conto. Ieri, si è registrata una combinazione temporale che ha ribadito il concetto. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan avvertiva che l’«estremo interesse» degli investitori esteri per l’Italia — in essere da quasi un anno — non durerà per sempre, sta a noi non sprecarlo. Nel frattempo, i mercati finanziari cadevano in misura significativa, prima in Europa poi in America. Non una catastrofe: visto dall’Italia, però, l’avvertimento implicito è stato che la finestra di opportunità per attrarre investimenti — diretti e indiretti, cioè nell’economia reale e in quella finanziaria — potrebbe chiudersi in tempi rapidi.
I mercati sono stati messi in agitazione dalle difficoltà di due banche, la portoghese Espírito Santo e, qualche giorno fa, l’austriaca Hypo Alpe Adria. Questo, però, è stato solo il detonatore di una situazione delicata, di un passaggio che annuncia un molto probabile cambio di stagione. La banca centrale più importante del mondo, l’americana Fed, è in un certo senso intrappolata nelle sue stesse politiche. Negli anni scorsi, l’istituzione di Washington ha inondato i mercati con dosi massicce di liquidità. Ciò ha da una parte evitato crisi bancarie serie ma dall’altro ha provocato una corsa al rischio, nel senso che i bassi tassi d’interesse in America hanno spinto gli investitori — con molta disponibilità di denaro preso a tassi bassi — a cercare investimenti più redditizi ma più rischiosi: guardando solo alla politica della Fed e alla quantità di capitali che mette a disposizione e non ai fondamentali degli asset comprati. «Sui mercati — dice il banchiere Marco Mazzucchelli della svizzera Julius Bär — non c’è alcuna percezione del rischio implicito»: anestetizzati dal tanto denaro di origine Fed. In buona misura, l’interesse per l’Italia di cui parla Padoan deriva da questa situazione, oltre che da una recente attenzione per le (possibili) riforme annunciate da Matteo Renzi.
Il problema è che Janet Yellen, la presidente della Fed, deve ora rovesciare la politica non convenzionale oltremodo espansiva. A ottobre, il programma di immissione di denaro sui mercati dovrebbe cessare e verso la metà dell’anno prossimo dovremmo assistere a un primo rialzo dei tassi d’interesse americani. Secondo alcuni economisti, questa tempistica è troppo lunga, procrastina la compiacenza con la quale la banca centrale Usa ha trattato la mancata percezione dei rischi e aggrava il problema: dovrebbe alzare i tassi prima, per evitare che siano i mercati ad entrare in agitazione. Vedremo.
Al momento non siamo alla vigilia di una nuova crisi di sistema ma con ogni probabilità di un cambio di sentimento sui mercati, più o meno violento e volatile, che potrebbe chiudere la famosa finestra di opportunità. «In questo quadro di mancata percezione del rischio — dice Mazzucchelli — i mercati hanno poca profondità e sono volatili. In più la ripresa economica stenta a manifestarsi (soprattutto in Europa, ndr ). Le riforme strutturali non si vedono. Le banche centrali hanno esaurito il loro repertorio di annunci (per sostenere i mercati hanno già promesso il promettibile, ndr ) e la geopolitica è a dir poco esplosiva» (Ucraina, Siria, Iraq, Afghanistan, Gaza, Mare Cinese Meridionale).
Una situazione non da catastrofe, almeno fino a che le banche centrali riusciranno nell’azzardo senza precedenti di comandare i mercati sia quando salgono sia quando scendono (senza la garanzia di riuscirci). Ma una situazione che prima o poi farà riemergere la percezione del rischio insito in ogni investimento, quindi anche del rischio Italia: la salita di ieri dei rendimenti del Btp decennale al 2,95% (e dello spread) è un segnale del genere. In una situazione di mercati in svolta, per trattenere gli investitori occorre dunque introdurre qualcosa per impedire la chiusura della finestra di opportunità. Cioè introdurre — non più solo annunciare — le riforme dell’economia che la rendano più aperta, efficiente, competitiva, stabile e dunque attraente: compiacenti con una buona economia, non con fiumi di denaro che vengono e poi se ne vanno.

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