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L’Inps lancia l’allarme: persi 664 mila posti, tagliati i contratti a termine

Contratti a termine non rinnovati, né trasformati in assunzioni a tempo indeterminato. Drastico taglio delle nuove assunzioni di qualsiasi tipo (2 milioni in meno in 11 mesi). Forte riduzione delle cessazioni dei rapporti di lavoro ma solo grazie al blocco dei licenziamenti. In tutto: 664.423 posti di lavoro persi in appena 12 mesi, dal novembre 2019 al novembre 2020, un calo pari al 30%, di questi 445.471 sono a termine. I dati Inps dell’Osservatorio sul precariato sottolineano ancora una volta i tragici effetti della pandemia di Covid-19 sul mercato del lavoro in Italia, il tutto con all’orizzonte (dal primo aprile, per ora) uno sblocco dei licenziamenti che rischia di trasformarsi in una vera e propria bomba sociale. Per i sindacati, reduci dall’incontro di domenica scorsa con il neoministro del Lavoro Andrea Orlando, infatti «l’emergenza è tutt’altro che finita» (Luigi Sbarra, Cisl), e la proroga del blocco diventa necessaria per «dare continuità alle misure di protezione: senza la cassa Covid e il blocco dei licenziamenti, avremmo dati ancora più drammatici» (Tania Scacchetti, Cgil).

È vero infatti che rispetto al novembre 2019 il numero dei contratti a tempo indeterminato comunque resta positivo con 243.769 posti (pur sempre inferiore ai 446.115 del 2019), ma sono i contratti precari a segnare un drastico calo con meno 263.902 nuovi contratti a termine in 11 mesi cui vanno aggiunti altri 279.100 rapporti di lavoro stagionali, in somministrazione e intermittenti persi, quelli che più di tutti gli altri hanno sofferto le restrizioni decise per arginare il virus: in tutto oltre 543mila rapporti di lavoro in meno. Un piccolo aumento si è avuto nei contratti di apprendistato con 3.537 nuovi contratti in 11 mesi, cifre comunque ben lontane dagli oltre 68mila del 2019.

In parallelo ecco poi i dati della cassa integrazione, sempre diffusi dall’Inps, con 4,2 miliardi di ore autorizzate dallo scorso aprile al 31 gennaio 2021, tra cig ordinaria, in deroga e fondi di solidarietà. Ma nell’ultimo mese, le ore autorizzate per l’emergenza sanitaria hanno subito un calo del 34,1% rispetto a quelle di dicembre 2020. I mesi di aprile e maggio 2020, in risposta al lockdown totale, hanno segnato il numero più alto delle ore di cig con, rispettivamente, oltre 855 milioni e 871 milioni di richieste. Da giugno, il calo con il minimo toccato tra agosto e settembre (293 e 254 milioni), quando le attività sono ripartite. Da ottobre, aumentano le richieste, in corrispondenza con la seconda ondata di pandemia: + 47,6% rispetto a settembre. Aumento che continua anche in novembre e che però nel mese di dicembre segna un calo del 20,6%, decremento che continua anche in gennaio.

Per quanto riguarda la cassa integrazione ordinaria, i settori con più ore autorizzate sono quello di fabbricazione di macchine e apparecchi meccanici, quello metallurgico, le industrie tessili e abbigliamento, le costruzioni, l’automotive. È il commercio a richiedere più ore di cig in deroga, seguito da alberghi e ristoranti, le attività immobiliari, il noleggio, l’informatica e i servizi alle imprese. Ad usufruire dei fondi di solidarietà, nel mese di gennaio, sono soprattutto alberghi e ristoranti. Ma le nuove zone rosse dichiarate in varie zone d’Italia e le attività ancora chiuse costringeranno a nuove richieste di sostegno. Cisl parla di «attività colpite in modo strutturale, ad alta densità di giovani e donne» e chiede quindi di far «decollare le politiche attive del lavoro».

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