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L’inflazione rallenta a dicembre. Ma la spesa quotidiana sale del 4,3%

ROMA — L’Istat conferma per il 2012 l’inflazione al 3% ( a dicembre è scesa al 2,3%), che va in archivio come l’anno più caldo sul fronte dei prezzi degli ultimi cinque anni. E anche il più nero sulla crescita (-2,1%), sulla produzione industriale (-6,2%), sui consumi (-3,2%). In compenso la linea del rigore impostata dal governo Monti ha tenuto sotto controllo i conti pubblici e ieri il Tesoro ha confermato per novembre un fabbisogno ridotto a 4,2 miliardi di euro rispetto al disavanzo di 8,5 miliardi dello stesso mese dell’anno scorso quando l’esecutivo guidato da Berlusconi fu costretto alle dimissioni dalla crisi dello spread e dalla pressione internazionale.
In questo contesto economico, ancora molto incerto almeno per l’Italia, ieri era atteso un provvedimento molto importante. E cioè il decreto annunciato all’inizio di dicembre dal governo all’indomani dell’accordo sulla produttività siglato con le parti sociali (ma non dalla Cgil) che avrebbe dovuto «regolare» l’effettiva erogazione dei 2,1 miliardi di euro in tre anni per consentire la riduzione del fisco al 10% sulla parte variabile del salario. Ma fino a ieri il decreto non era pronto.
Il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha precisato che il termine «non era perentorio», ha ammesso che sperava di «portare a termine il provvedimento entro venerdì scorso ma mancavano alcuni aspetti». Quindi bisogna aspettare ancora qualche giorno «ma – ha precisato il ministro – non sarà una replica di quello licenziato dal governo precedente perché questo mira effettivamente alla defiscalizzazione del salario con indicatori di produttività».
In realtà il decreto della presidenza del consiglio (Dcpm) sulla produttività, anche se formalmente viene scritto dagli esperti del ministero del Lavoro, è frutto di una complessa sintesi tra le indicazioni del ministro dello Sviluppo Corrado Passera (al quale Mario Monti aveva affidato la regia dell’operazione) e quello del Tesoro, cui spetta il compito di verificare la tenuta finanziaria del provvedimento. Il quadro politico del governo dall’inizio di gennaio è molto cambiato. Il presidente del Consiglio, al quale per forza di cose tocca l’ultima parola, è stato fino a ieri impegnato alla formazione delle liste dopo la sua «salita in politica». Il ministro Passera, dopo la decisione opposta di uscire di scena in mancanza di una lista unica sull’agenda Monti, è in posizione nettamente defilata. Il ministro dell’Economia Vittorio Grilli – tra l’altro in missione all’estero – in questa vicenda ha solo una parte di controller. Fornero, che ha già annunciato di voler tornare all’insegnamento, ieri ha chiarito i termini della questione ma la sua buona volontà resta limitata ai pochi capitoli che riguardano il ministero del Welfare.
Il ministro ha comunque aggiunto che sono «già state sentite» in modo informale le parti sociali per cui dovrebbe solo mancare la scrittura del testo. Alla cui definizione è legata la delicata partita dell’erogazione dei 2,1 miliardi nel triennio, di cui 900 milioni solo nel 2013. Il nodo centrale sta nella soglia di reddito che limita l’accesso al bonus. Secondo indiscrezioni, il governo sta facendo simulazioni tra i 40 e i 30 mila euro all’anno. E’ evidente che se fosse limitata ai 30 mila euro la platea dei beneficiari si restringerebbe e il bonus potrebbe aggirarsi sui 4.500 euro all’anno. Cifra che si ridurrebbe a 2.500 se la platea si alzasse a 40 mila euro di reddito annui. Poi c’è il delicato meccanismo dell’accesso. Secondo le vecchie regole, il fondo a disposizione è «a serbatoio»: chi arriva primo è sicuro di avere la defiscalizzazione. Se lo scenario resterà questo saranno favorite le piccole aziende che saranno più veloci a firmare un accordo col sindacato. La Cgil, che non ha firmato l’intesa, resta molto critica e sospetta che il rinvio abbia uno sgradevole sapore di «manovra elettorale».

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