Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

L’inflazione ora fa più paura: Borse in caduta con i tecnologici

Nelle ultime ore la volatilità in Borsa si è impennata del 26% con l’indice Vix che è passato da 17 a 21,5 punti. A soffrire di più è il Nasdaq (che ieri ha limato le perdite dopo un’apertura a -2% mentre lunedì ha lasciato sul terreno il 2,8%) ma in generale anche gli altri indici sono sotto stress, come dimostra il -1,92% dell’Eurostoxx 50).

Il nervosismo verte intorno allo stesso spettro che sta accompagnando a correnti alternate gli investitori da inizio anno: l’inflazione. Oggi è atteso il dato Usa ad aprile: la Fed di New York segnala che le aspettative ad un anno sono balzate al 3,4%, ovvero sui massimi dal 2013, dal 3,2% di marzo. Anche in Germania il copione è simile. «Ci aspettiamo che ci possa essere un’inflazione superiore al 3%», ha detto Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Bce. La stessa ha specificato però che non dovrebbe essere un fenomeno duraturo. E poi c’è la Cina che ieri ha pubblicato il dato sui prezzi alla produzione, balzati ad aprile a +6,8% rispetto al +6,5%. Prezzi che si stanno impennando a causa del rincaro delle materie prime. Ci si chiede quanto di tutto ciò arriverà al consumatore finale. Ed è proprio questo il punto che divide gli investitori: siamo in presenza di una fiammata o di un fenomeno più strutturale? Le banche centrali riusciranno a tenerla a bada o se la faranno scappare di mano?

Domande non di poco conto soprattutto per chi ha i propri capitali investiti sui mercati azionari che negli ultimi anni si sono gonfiati dell’abbondante liquidità che le banche centrali hanno tirato dal cilindro per arginare le ultime crisi: una storia cominciata nel 2009, dopo la crisi innescata dai derivati suprime, e che ha trovato con il Covid un nuovo capitolo.

Tra i listini più “drogati” c’è il tecnologico Nasdaq con le 100 società che lo compongono che prezzano ai valori attuali cinque volte il fatturato, un multiplo a dir poco euforico. Non è quindi un caso se il Nasdaq sia proprio l’indice più vulnerabile in questa fase: ogni qual volta soffia un dato macro che indica un risveglio dell’inflazione è il primo a farne le spese. Per (almeno) tre motivi. Innanzitutto perché è il listino che ha corso di più nel 2020 pandemico (+43% contro il +16% dell’S&P 500). Quindi a conti fatti è quello che finora ha beneficiato di più dell’espansione monetaria della Federal Reserve, il cui bilancio ha raggiunto il livello record di 8mila miliardi di dollari. Ergo è l’indice che in caso di correzione in teoria ha più spazio per scendere.

E poi (e qui siamo al secondo punto) non va dimenticato che le società tecnologiche appartengono alla categoria dei titoli “growth”. A differenza dei titoli che appartengono a business più ciclici e maturi (i cosiddetti titoli “value”) i “growth”, avendo per natura elevate potenzialità di crescita, vengono valutati in relazione ai flussi di cassa stimati (e attualizzati). Quando tassi e inflazione volano basso è più semplice per gli investitori proiettare la profittabilità di queste aziende sul futuro. Viceversa, quando tassi e inflazione sono visti in crescita, il calcolo di attualizzazione si fa più complesso e minato. E questo spinge molti investitori a diminuire l’esposizione verso il settore. Allo stesso tempo (terzo motivo) molti titoli “growth” hanno anche elevato debito per oliare il proprio business acerbo e trasformarlo in qualcosa di disruptive. Alto debito non fa rima con tassi in rialzo.

Ciò che conforta gli operatori è che al momento i dati sembrano dare ragione al governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, che ha più volte ribadito che considera temporaneo l’aumento dell’inflazione e non strutturale. Infatti se ci spostiamo sul medio-lungo periodo le stime di inflazione si ridimensionano. Le previsioni a tre anni sono al 3,1% mentre quelle a cinque anni (e per i successivi cinque) scendono al 2,5%. Si tratta di un livello più alto della soglia obiettivo (2%) fissata convenzionalmente oggi dalle principali banche centrali ma non tale da giustificare un panic selling sui mercati o comunque un profondo e rapido cambio di rotta della politica monetaria.

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Tocca ad Alfredo Altavilla, manager di lungo corso ed ex braccio destro di Sergio Marchionne in Fca...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I mercati incassano senza troppi scossoni la decisione della Fed di anticipare la stretta monetaria...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

È sempre più probabile che non ci sarà alcun nuovo blocco - anche parziale - dei licenziamenti n...

Oggi sulla stampa