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L’inflazione non fa più paura

La turbolenza sui mercati finanziari non accenna a terminare. Prima lo scoppio della crisi cipriota, quindi il calo di alcune materie prime hanno riportato l’incertezza tra gli investitori proprio quando la fase più dura della crisi sembrava ormai alle spalle. In questo scenario, il fatto di maggior rilievo degli ultimi mesi è la sterzata impressa dal governo e dalla banca centrale del Giappone (BoJ), impegnati a immettere liquidità nel sistema per favorire la fuoriuscita da un lungo periodo di deflazione, attraverso la svalutazione dello yen (che rilancerebbe l’export). In particolare il neogovernatore della BoJ, Haruhiko Kuroda, ha fatto sapere di voler far raggiungere al paese un’inflazione del 2% nel giro di due anni, alla luce di due considerazioni: la prima è che in questo modo perderebbe consistenza in termini reali l’enorme debito pubblico accumulato nei decenni (pari al 230% del pil); la seconda è che l’aspettativa di ulteriore inflazione spinge in genere i consumatori a non rinviare gli acquisti, favorendo così la dinamica dei consumi.

Data la risposta entusiastica dei mercati finanziari, alcuni economisti hanno cominciato a chiedersi se l’inflazione non sia una risposta per rilanciare anche il Vecchio continente, e in particolare l’Italia.

Carovita in calo. Probabilmente il carovita in questo momento è l’ultima delle preoccupazioni. La dinamica dei prezzi risulta in calo da sei mesi consecutivi, tanto che a marzo il dato medio è risultato in crescita dell’1,6% rispetto a 12 mesi prima, contro il 2% di febbraio e il 3% della scorsa estate.

A scendere sono stati soprattutto i prezzi dei beni energetici, ma un contributo importante è arrivato anche dai trasporti e dai servizi ricreativi e culturali. L’inflazione acquisita per il 2013 è pari all’1,0%.

Alla luce di questi dati, la sensazione è che l’Italia si stia sempre più avvitando in una prospettiva deflazionistica (del resto anche dai salari non arrivano segnali di surriscaldamento), che rischia di portare l’economia nazionale in quello stesso tunnel dal quale il Giappone sta provando a uscire. Una spirale negativa che spinge a rinviare i consumi, deprimendo di conseguenza anche la produzione e l’occupazione.

Invertire la rotta è possibile. Se la situazione è particolarmente grave in Italia, non è certo rosea negli altri paesi europei. Il Vecchio continente quest’anno dovrebbe far segnare un pil in linea con quello del 2012 o in leggero calo, mentre l’inflazione è attesa a un modesto 1,4%. Così alcuni analisti chiedono da tempo a Mario Draghi di tagliare ulteriormente il tasso ufficiale (oggi allo 0,75%), in modo da immettere nuova liquidità nel sistema, ottenendo così l’ulteriore vantaggio di deprezzare l’euro, oggi a livelli insostenibili per l’export. Al momento queste voci non hanno avuto molto ascolto, anche se la Bce tornerà a riunirsi ancora nelle prossime settimane e qualcosa potrebbe cambiare. Intanto in Italia si prospetta un nuovo incremento dell’aliquota Iva ordinaria, dal 21 al 22%, che avrebbe un impatto diretto sui prezzi.

Il ruolo dei bond legati all’inflazione. Secondo gli analisti di Ignis, il tema dell’austerità tenderà progressivamente a perdere consistenza nei prossimi mesi, lasciando spazio a una maggiore attenzione verso la crescita.

Di conseguenza il carovita potrebbe riprendere vigore, rendendo conveniente puntare sin da ora sui bond legati all’inflazione. Swiss & Global Asset Management estende questo ragionamento ai mercati emergenti, tornati a crescere nell’ultimo semestre, e proprio per questo più esposti a un’impennata dei prezzi.

Al di là delle singole emissioni obbligazionarie (categoria nella quale rientra il Btp Italia collocato nei giorni scorsi) i risparmiatori possono puntare anche sugli Etf inflation linked, che offrono la carta della diversificazione a fronte di costi commissionali che si aggirano per lo più nel range 0,20-0,25% annuo. La scelta è ampia: si va dal fondo clone di Amundi che investe in corporate bond al

DB X-trackers Global Inflation Linked Euro Hedged, che punta su oltre 100 titoli emessi dai principali paesi sviluppati e contestualmente offre una copertura dinamica del rischio di cambio, fino al CS Usd Inflation Linked, legato all’andamento della valuta americana.

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