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L’inflazione è più facile da saltare

Con l’asticella dell’inflazione scesa a ottobre a un livello del 2,6% annuo diventa più facile per gli investitori italiani salvaguardare il valore reale del proprio capitale investendo in Btp.
Già il titolo con scadenza novembre 2015, con il suo rendimento netto di 250 euro l’anno per un investimento di 10 mila euro, riesce infatti a garantire la salvezza del risparmio. Se poi l’investitore desidera realizzare rendimenti positivi, accettando qualche rischio di oscillazione del valore capitale legato all’investimento in titoli di Stato, ha la possibilità andare su scadenze più prolungate o sulle emissioni inflation linked, il cui rendimento è agganciato all’inflazione di area euro.
Tradizione
Vediamo prima di tutto qual è il quadro delle emissioni «tradizionali». In questo momento i Bot, considerati su tutte le scadenze, dai 3, ai 6 ai 12 mesi, cui sono associati rendimenti dello 0,59%, dell’1,19% e dell’1,52%, offrono una remunerazione di almeno un punto inferiore rispetto al tasso di aumento del costo della vita. Possono essere considerati un buon parcheggio di breve termine, ma non un vero e proprio investimento.
«La nostra preferenza va alle emissioni di Btp di breve durata, a due o tre anni, che sebbene offrano un ritorno ora quasi in linea con l’inflazione non fanno correre alcun rischio all’investitore», commenta Daniele Guidi, responsabile delle gestioni a reddito fisso di Bnp Paribas Ip.
Il Btp a cinque anni, infatti, che con la sua cedola netta annua di 291 euro per diecimila euro di investimento offre un rendimento netto di circa il 3%, può subire oscillazioni anche cospicue del valore capitale. «Il titolo, che quota intorno a 105, era arrivato un prezzo di 96 nei momenti peggiori della crisi nel luglio scorso. È per evitare questo tipo di impatto sui corsi che un risparmiatore assolutamente avverso al rischio dovrebbe preferire le scadenze più brevi», aggiunge il fund manager. Se la logica invece è quella del cassettista, che sa di non dover vendere il titolo primo della scadenza «allora i Btp a dieci anni, con il loro 4,6% di rendimento, possono risultare la scelta migliore per una parte consistente del portafoglio obbligazionario», conclude Guidi.
Innovazione
Guardando oltre l’orizzonte prevedibile, in cerca di una tutela da un rischio inflazione che per il momento non è in vista, ma che potrebbe concretizzarsi negli anni futuri a causa delle politiche monetarie molto espansive di questo ultimo biennio, c’è poi l’alternativa delle emissioni inflation linked. Ipotizzando un tasso di inflazione di medio-lungo periodo compreso tra l’1,5 e il 2%, una ipotesi molto prudente, questi titoli sono in grado già adesso di offrire un guadagno «reale» positivo (vedi tabella). Le tre emissioni del Btp Italia — durata quadriennale, cedola semestrale che include il pagamento di un interesse fisso maggiorato del tasso di inflazione italiana maturato nel periodo — offrono ai prezzi attuali rendimenti che oscillano intorno al 4,1% in ipotesi di inflazione al 2%. Ancora meglio fanno i Btp inflation linked (con cedola semestrale e capitale rivalutato alla scadenza al tasso di inflazione di area euro) della durata di 5-7 e 9 anni. In questo caso i ritorni cedolari associati, sempre in ipotesi di inflazione al 2%, sono del 4,5%, del 4,9% e addirittura del 5,3%.

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