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Linea più soft dell’Europa, aperture di credito all’Italia su salva banche e deficit

Luhman 16 è una stella nana distante circa 6,5 anni luce: quando la guardiamo, pensiamo di vederla com’è adesso ma nel nostro cervello entra la sua forma di sei anni e mezzo fa. Il programma finanziario varato dal governo ieri sera, dietro le ipocrisie, fa pensare che qualcosa di simile succeda anche alle forze politiche in Italia rispetto alla Commissione Ue. M5S, larghe aree del Pd e del centrodestra continuano a vedere a Bruxelles i sordi registi dei tagli e degli indiscriminati aumenti delle tasse, in apparenza senza che nessuno sia sfiorato dal sospetto che quella è un’immagine vecchia di sei o sette anni. Eppure proprio il Documento di economia e finanza (Def) approvato ieri sera in Consiglio dei ministri fa capire che nel frattempo nella Commissione è cambiato così tanto da non lasciare più molti alibi: la fragilità della ripresa in Italia è sempre più chiaramente endogena, sempre meno spiegabile con scelte ottuse imposte dal resto d’Europa.

Senza aver alzato la voce una sola volta, e senza proclamarlo, Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi potrebbe essere sul punto di ottenere un risultato che il suo predecessore Matteo Renzi avrebbe sottoscritto: la stretta di bilancio da disegnare in autunno per il 2018 si avvia ad essere dimezzata. Questo è il dato più importante nel Def ed è anche il solo che non compare. Sulla carta il governo mantiene l’idea di correzione da 19,5 miliardi, al punto che nella Legge di stabilità in vigore sono già inserite «clausole di salvaguardia» che farebbero aumentare le imposte indirette di quella cifra in mancanza di altri interventi. Nella realtà quelle clausole che promettono nuove tasse in automatico, spostate in avanti di anno in anno, somigliano sempre più a deficit pubblico futuro sotto un altro nome.

Ora lo sono anche di più, perché la Commissione Ue è disposta a discutere un intervento netto di riduzione del disavanzo che può essere contenuto a 8 o 9 miliardi di euro. Il deficit pubblico potrebbe calare dal 2,1% del prodotto lordo per quest’anno, a poco meno del 2% il prossimo. Serve solo tempo per far maturare ciò che si sta preparando: nei prossimi mesi a Bruxelles si sottolineerà come il calo dei deficit in Italia e nell’area euro deve proseguire, ma non accelerare; la ripresa resta troppo debole, mentre il basso grado di utilizzo degli impianti e i disoccupati di lunga durata dimostrano come certe economie girano molto al di sotto del potenziale.

Quale che sia la veste tecnica, il senso politico di ciò che sta accadendo è chiaro: il centro politico-amministrativo del sistema, nelle mani di Jean-Claude Juncker, si è allontanato dal ministero delle Finanze di Berlino come mai prima negli ultimi anni. Sbraitare contro i «burocrati di Bruxelles» sembra sempre meno comprensibile, visto da chi vede la curvatura che Juncker e i suoi danno alle politiche europee. Il presidente lussemburghese della Commissione non arriva a dire, come il suo predecessore Romano Prodi, che il patto di stabilità è «stupido». Ma pensa che oggi la minaccia delle forze anti-sistema conti di più e comunque nessun Paese può risanare i conti in modo duraturo in base a un’imposizione esterna. Non è un liberi tutti: è un invito all’Italia a tenere un passo di riduzione del deficit e a iniziare a ridurre il debito in modo lento, ma costante e parallelo agli interventi necessari per liberare l’economia dalle catene.

Che non sia un’Europa matrigna, quella della Commissione, si dovrebbe iniziare a vedere nelle prossime settimane anche nei salvataggi pubblici di Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. I guardiani degli aiuti di Stato a Bruxelles non hanno mancato di sollevare problemi in questi mesi. Alcuni fondati, sulla sostenibilità della struttura di costi delle banche da salvare con i soldi pubblici, altri così capziosi da apparire arbitrari. Anche qui però sta emergendo un orientamento al vertice della Commissione: purché l’Italia cooperi, le autorizzazioni agli aumenti di capitale sulle banche in dissesto vanno concesse prima dell’estate. Sia a Siena, che in Veneto.

Se qualcuno ha bisogno di capri espiatori per i mali dell’Italia, può guardare altrove.

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