Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Linea dura del Governo sulle partite Iva di comodo

di Francesca Barbieri

Nel mirino finiranno le partita Iva che assicurano al lavoratore oltre il 75% dei redditi, di durata superiore a sei mesi in un anno e con una postazione fissa negli uffici di un unico committente. L'obiettivo della riforma, capitolo contratti, è dare la caccia alle attività dipendenti mascherate da una formula flessibile. A cominciare dalle partite Iva, che «nel nostro Paese hanno dimensioni senza confronti con il resto d'Europa» ha detto il ministro del Lavoro, Elsa Fornero. E per quelle più indiziate di essere fasulle il «contrasto sarà secco e severo», attraverso la trasformazione in contratto subordinato, con possibile recupero dei contributi persi: l'ispettore potrà riqualificare il rapporto, mentre al committente resterà la possibilità di impugnare il verbale davanti al giudice per dimostrare la prova contraria.
Una linea dura contro la flessibilità "cattiva" – per limitare gli usi impropri dei contratti esistenti – che metterà sotto la lente anche gli stage, l'associazione in partecipazione, i contratti a tempo determinato, d'inserimento, part-time, a chiamata, cocopro, lavoro accessorio e apprendistato. La flessibilità non viene cancellata, ma la riforma punta a difendere quella necessaria a far fronte a fluttuazioni economiche e processi di riorganizzazione.
L'Italia, del resto, è al top della graduatoria europea per lavoratori in proprio (gli own-account workers, autonomi senza dipendenti): oltre 3,5 milioni secondo un'elaborazione del Centro studi Datagiovani sull'archivio Eurostat. Nella fascia under 40 il record è doppio: in valore assoluto, 1,4 milioni, e in percentuale, pari al 15% degli occupati nella corrispondente fascia d'età, il doppio rispetto all'incidenza media europea.
«Un'anomalia tutta italiana – commenta Luigi Campiglio, ordinario di politica economica all'Università Cattolica di Milano -, segno evidente di debolezza sul terreno della produttività e della crescita». Sebbene la crisi ne abbia ridotto il numero assoluto rispetto alla fine del 2008, i lavoratori in proprio in Italia sono diminuiti meno degli occupati totali, con il risultato che la loro incidenza nell'ultimo triennio è aumentata dell'1,2%, più della media europea (+0,4%). «Negli altri Paesi – osserva Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani – la voglia di mettersi in proprio si manifesta con maggiore intensità dai quarant'anni in su, probabilmente dopo aver accumulato più esperienze». In Germania, per esempio, l'incidenza degli "autonomi" aumenta dal 4,4% tra gli under 40 al 7,3% tra gli over 40, mentre in Olanda si passa dal 6,6% al 12,9%. «Nella fascia più adulta – aggiunge Campiglio – l'avvio di un'attività è frutto quasi sempre di una libera scelta, mentre tra i giovani spesso è una strada obbligata: in Italia rappresenta un campanello d'allarme da tenere in considerazione nella messa a punto di politiche per la crescita». Una recente indagine di Eurobarometro della Commissione europea colloca, infatti, i giovani italiani dai 15 ai 35 anni all'ultimo posto nella classifica dei Paesi Ue per desiderio di avviare un'attività in proprio nel futuro. Mentre le statistiche Istat evidenziano che nei primi tre trimestri del 2011 l'incidenza di liberi professionisti e lavoratori in proprio con un unico committente raggiunge la quota più alta (oltre il 18%) nella fascia d'età fino ai 35 anni. E i dati diffusi dal dipartimento dell'Economia e delle Finanze sulle nuove partite Iva aperte a gennaio indicano una crescita solo tra gli under 35 rispetto allo stesso mese del 2011 (circa 38mila, il 22% in più), contro riduzioni intorno al 4% per gli altri.
Per contrastare l'abuso di collaborazioni con titolari di partita Iva il disegno di legge di riforma del Governo prevede, come detto, tre indizi (che possono essere usati disgiuntamente nel corso della verifica): durata della collaborazione superiore a sei mesi in un anno, ricavi oltre quota 75% sul totale dei corrispettivi, postazione fissa presso la sede istituzionale o quelle operative del committente. Tre tracce decisive, salvo prova contraria, del carattere subordinato del rapporto. Anche se non sarà facile verificarle. «Si tratta di requisiti – conclude Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro all'Università Bocconi – oggettivamente difficili da accertare, soprattutto in un tessuto fatto di micro-imprese attive nel settore del terziario, insieme all'impossibilità di fare controlli a tappeto, visto il numero limitato di ispettori a disposizione».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Vasto entusiasmo ha suscitato la recente pronunzia della Corte di Giustia Ue, con la conferma del gi...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ha scelto la giornata delle donne Mario Draghi per il suo secondo discorso pubblico da presidente de...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Le obbligazioni assunte nell’esercizio dell’attività d’impresa o professionale, per «nozione...

Oggi sulla stampa