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Se l’industria tedesca perde fiducia il conto lo paga l ’export italiano

Non bastassero i problemi in casa, l’azienda Italia ha un guaio anche al di là dei confini nazionali. Un guaio grosso quanto la Germania. All’elenco di segnali già agli atti, ieri si è aggiunto il dato sulla fiducia delle imprese tedesche (l’indice Ifo), nettamente sotto le attese, il peggiore da sei anni. E soprattutto si sono aggiunte le parole del presidente della Bce Mario Draghi, che non ha abbassato i tassi come qualcuno sperava, ma ha certificato la preoccupazione per l’andamento dell’industria tedesca. E di quella italiana, di conseguenza. È un allarme mirato perché la Banca centrale europea continua a non vedere rischi di recessione. Perché altri settori – le costruzioni, ma anche il terziario – vanno meglio. Perché altri Paesi, per esempio Francia e Spagna, preoccupano meno.
La spia rossa è accesa per l’industria manifatturiera che, secondo Draghi, in Germania e in Italia sta soffrendo uno «shock idiosincratico ». I cui effetti sull’economia europea si sono letti nitidamente negli indici Pmi (i direttori acquisti delle aziende, uno degli indicatori più affidabili) pubblicati mercoledì: la netta flessione del Pmi manifatturiero (da 45 a 43,1 quello tedesco) ha spinto ai minimi da tre mesi il Pmi composito dell’Eurozona (da 52,2 a 51,5). «L’economia della zona euro segnala una delle espansioni più deboli degli ultimi sei anni – commenta Chris Williamson, capo economista dell’Istituto di ricerca Ihs Markit – e la crescita del Pil sembra indebolirsi».
La frenata dell’industria tedesca, da sola, è in grado di condizionare l’andamento dell’economia dell’intera Europa. E ancor più lo stato di salute di quella italiana, che alla manifattura tedesca è legata in mille filiere produttive: l’auto, la meccanica, la meccatronica, la gomma, la plastica, il packaging… Basta guardare i dati dell’export nel 2018: la Germania è saldamente al primo posto tra i Paesi destinatari delle esportazioni italiane (con un peso intorno al 13 per cento del totale), merci per oltre 58 miliardi sono uscite dalle aziende del Nord per viaggiare verso i mercati tedeschi. La tendenza è proseguita anche nei primi 5 mesi del 2019, con esportazioni verso la Germania per 19,7 miliardi. Ci sono aziende, distretti industriali, intere province (Milano, Torino, Vicenza, Brescia) che vivono dei fatturati prodotti in Germania. Ecco perché, per un Paese che da anni si dibatte nella palude di una domanda interna stagnante e che cresce (quando cresce) essenzialmente grazie alle esportazioni, la frenata del principale mercato di sbocco delle proprie aziende è così preoccupante.
«Se l’industria tedesca non va bene è molto difficile che l’Italia cresca », sintetizza Luca Mezzomo, economista a capo dell’analisi macroeconomica di Intesa Sanpaolo. Che infatti vede «per il secondo trimestre di quest’anno un calo del Pil intorno allo 0,1% e per il terzo un progresso solo marginale dello 0,1%». Difficile che il pacchetto di misure espansive – ribasso dei tassi, nuovo round di Quantitative easing – che Draghi ha lasciato intravvedere per settembre modifichi la situaz ione: «Quella della Bce è un’azione che punta a stabilizzare le aspettative sui tassi, il costo del denaro è già su livelli bassissimi e i benefici si vedono su alcuni settori, primo fra tutti l’edilizia – dice Mezzomo – Ma per muovere la domanda e gli investimenti delle imprese serve altro. Lo stesso Draghi ha dovuto riconoscere che qui e ora lo strumento giusto, più che quello monetario, è la politica fiscale. Non può dirlo, ma chiaramente pensa alla Germania». Alla Germania, non all’Italia né agli altri Paesi ad alto debito pubblico. Una politica fiscale espansiva – più deficit, più debito – noi non ce la possiamo permettere.
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