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L’industria recupera 100 miliardi

Ottantotto miliardi persi lo scorso anno. Più di cento recuperati nel 2021. In valori correnti il fatturato dell’industria italiana si appresta a chiudere in tempi rapidi il gap rispetto al periodo pre-Covid, esito davvero insperato ripensando agli umori e alle previsioni prevalenti nei periodi più duri del lockdown, poco più di un anno fa.

Nell’analisi dei settori industriali tracciata da Intesa Sanpaolo e Prometeia è però visibile un recupero corale, che anche in valori costanti, eliminando dunque l’effetto-prezzo, riporterà a inizio 2022 la manifattura oltre i valori del 2019.

Lo scatto dei ricavi di oltre dodici punti (più di otto in valori costanti) è il risultato di un progresso diffuso, che riguarda più settori manifatturieri e che in prospettiva permetterà l’anno prossimo al sistema di varcare la soglia dei mille miliardi di euro. Spinta legata al mercato interno ma anche all’export, area in cui il made in Italy – rimarcano gli analisti – ha mostrato una migliore capacità di tenuta rispetto a Germania e Francia. Sullo sfondo, elemento chiave delle nuove stime, è la ripresa dell’economia globale, un recupero che sfiora il 6% e che è trainato da un balzo a doppia cifra del commercio internazionale, in grado in un solo anno di annullare il gap dell’8,4% accumulato nel 2020.

Ma se nel periodo 2021-2025 la manifattura italiana è vista crescere in media in modo robusto, con progressi solidi anche dopo il fisiologico rimbalzo in atto, lo si deve anche all’inserimento di una nuova variabile, legata al supporto dei fondi europei. Assist considerato cruciale per il rilancio del ciclo degli investimenti attraverso le linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. «L’Italia è al momento della verità – spiega il Chief Economist di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice – e si gioca molto sulla capacità di concretizzare progetti e riforme in grado di migliorare produttività e crescita potenziale: le imprese, dopo la selezione degli anni passati, sono in grado di cogliere al meglio questa opportunità».

Energia, robot e macchinari, mobilità e Ict i settori più coinvolti potenzialmente dall’afflusso di queste risorse, con tassi di crescita media annua degli investimenti vicini al 10%, esito prevedibile dell’enfasi posta sui due grandi capitoli della transizione energetica e di quella digitale. Star del quinquennio, nelle stime del report, sono elettronica, automotive, meccanica ed elettrotecnica, le specializzazioni produttive considerate più direttamente correlate alla prevedibile accelerazione del ciclo degli investimenti e alla ripresa della domanda, con effetti a cascata che si riverberano sui comparti a monte della catena del valore, come prodotti in metallo e metallurgia.

Oltre la media della manifattura anche il sistema moda, il più penalizzato dal crollo del turismo e dei consumi correlati (-21,6% nel 2020). Al 2025, tuttavia, sarà ancora l’ultimo settore in classifica, in grado di avvicinarsi solo in extremis ai ricavi realizzati nel 2019. Nella parte bassa della graduatoria 2021-25 si posizionano, infine, i settori meno colpiti dalla crisi 2020, quali Farmaceutica e Alimentare e bevande che, pur accelerando, mostreranno ritmi di crescita attorno al 2% in media d’anno. Importante per tutti i comparti è la ripresa convinta dell’export, visto in progresso di quasi dieci punti già quest’anno, in grado dunque di chiudere quasi integralmente il gap in valori costanti già nei dati del 2021, spingendo l’avanzo commerciale oltre i 100 miliardi di euro.

L’impatto sui bilanci aziendali è in generale visto meno devastante rispetto a quanto accaduto dopo il 2009. Ripresa dell’attività nella seconda metà dello scorso anno, provvedimenti di sostegno alla liquidità delle imprese e una situazione di maggior solidità finanziaria che caratterizzava il settore manifatturiero nella fase pre-Covid, hanno infatti contenuto le situazioni di squilibrio economico-finanziario rispetto a quanto avvenuto nel periodo 2009-13. Nei depositi delle aziende, inoltre, in un anno si sono aggiunti 88 miliardi di euro, altro fattore di ottimismo in funzione di uno sblocco rapido degli investimenti. Rafforzamento del tessuto produttivo che è visibile anche dalla lettura dei bilanci internazionali, che evidenzia come selezione e trasformazioni dell’ultimo decennio abbiano reso il nostro manifatturiero più robusto e simile ai peer europei, con un patrimonio netto in rapporto all’attivo, ad esempio, ormai arrivato a ridosso dei livelli della Germania. Le stime diffuse incorporano comunque un calo della marginalità, legato anche alla corsa dei prezzi delle materie prime. Margini che subiranno una pressione al ribasso per poi recuperare dopo il 2022 i livelli pre-Covid, quando il margine operativo lordo si attestava al 9%.

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