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L’industria italiana post crisi? È più sana ma poco digitale

Sarà ancora il settore dell’automotive a trainare la crescita del manifatturiero italiano negli anni che vanno ad oggi al 2020. Subito dietro il maggior contributo verrà dal largo consumo, dalla metallurgia e dalla farmaceutica che cresceranno ben sopra la media dell’industria italiana che si attesterà a +1,8% di fatturato all’anno. Tra i settori in difficoltà, invece, gli elettrodomestici. Prometeia e Intesa Sanpaolo hanno presentato ieri a Milano un (rassicurante) nono Rapporto-Analisi dell’industria made in Italy. «Dall’analisi dei bilanci emerge che la manifattura italiana ha già operato la propria trasformazione e di conseguenza la sua struttura, in proiezione 2020, si presenta più sana e meno vulnerabile. Cresce lentamente anche la dimensione media di impresa, storico nostro tallone d’Achille», ha sostenuto Alessandra Lanza di Prometeia. Per accelerare ci sarebbe bisogno di un salto di qualità nel ricambio generazionale degli imprenditori, nel rinnovo dei macchinari e nella digitalizzazione dei processi avanzati.

Abbiamo, dunque, ristrutturato bene le imprese e recuperato efficienza allungando/qualificando le filiere, c’è però molto da fare nell’ottica dell’Industria 4.0. Il vero benchmark della competizione degli anni 20. Guardando più a breve, nel 2016 il fatturato dell’industria italiana crescerà del 2,1% aiutato soprattutto dalla domanda interna e in particolare dai consumi. Positive anche le prospettive degli investimenti, persino nel campo delle costruzioni. Dal 2017 il fatturato manifatturiero medio si stabilizzerà un pochino più in basso (+1,8%) ma dovrebbe ritrovare anche un buon contributo dell’export. In virtù di questo ritorno di fiamma il saldo commerciale nel 2020 dovrebbe toccare quota 95 miliardi.

Anche l’internazionalizzazione delle imprese ha fatto passi in avanti e nonostante la percezione corrente di ampia colonizzazione, secondo il Rapporto, «la proiezione estera delle nostre aziende supera in fatturato e in addetti la presenza di multinazionali estere in Italia, rimasta stabile negli ultimi anni».

C’è comunque un legame forte tra internazionalizzazione e competitività: far parte di una catena globale del valore rappresenta un percorso privilegiato verso l’efficienza. La conseguenza di quest’analisi è che il nostro manifatturiero più è capace di aprirsi più si rivela vincente. Per farlo resta da superare il pregiudizio culturale legato a vecchi canoni di patriottismo economico ma c’è anche da prestare attenzione all’evoluzione del commercio internazionale che, secondo il capo economista di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, «si sta avvitando in una logica pre-protezionistica». Il no di Bruxelles al riconoscimento della Cina come economia di mercato così come le sanzioni alla Russia sono «scelte pienamente condivisibili ma dobbiamo essere coscienti che nel breve e medio periodo hanno effetti letali sull’incremento degli scambi».

Dario Di Vico

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