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L’industria arretra ai livelli di inizio 2010

I grandi gruppi del Top Industria continuano a subire gli effetti della crisi. I dati al 31 dicembre 2013 segnano un andamento ancora recessivo. Il fatturato aggregato arretra del 5%, a 413 miliardi. Il Margine operativo netto (o Ebit) scende del 16,5%, a 43 miliardi, nonostante un calo dei costi del 3,6 per cento.
E il risultato corrente (l’utile della gestione industriale) crolla del 21%, a 33 miliardi, a causa di un ammontare di oneri finanziari giunto ormai alla soglia dei 10 miliardi. Aumenta in modo consistente il risultato netto (+47%), ma solo grazie alle minori imposte e al saldo delle operazioni straordinarie positivo per oltre un miliardo, contro un saldo negativo di 9 miliardi al termine del 2012.
La criticità della situazione è ben rappresentata dal grafico (a destra) sull’andamento del Mon. Il Margine operativo netto è in tendenziale caduta sia nel comparto manifatturiero, sia nel comparto dell’energia, sia in quello dei servizi, che continua a perdere colpi da un paio d’anni.
Il Mon dell’industria manifatturiera segna un peggioramento dal secondo semestre 2012 e al termine dello scorso anno è ripiombato al livello del primo semestre 2010. Il Mon dell’industria energetica è in calo dal primo semestre 2012 e registra un rimbalzino di neanche un punto solo tra il primo e il secondo semestre 2013.
Sono però i servizi a destare maggiore preoccupazione: quello che un tempo era considerato il settore anticiclico per eccellenza, ha perso negli ultimi due anni 30 punti di Mon. Una vera e propria debâcle. A pesare negativamente sui servizi sono in modo particolare i conti di Telecom Italia, il cui Mon, nel confronto con il 2012, è sprofondato del 20 per cento. La più grande impresa nazionale di servizi di telecomunicazione, che continua a perdere clienti per la concorrenza tra gestori, ha chiuso il 2013 con un “rosso” di 674 milioni a causa di 2,4 miliardi di oneri straordinari.
Appare invece in risalita la situazione di Mediaset. La società controllata dalla famiglia Berlusconi riduce in media dell’11% la raccolta pubblicitaria in Italia e di oltre il 6% in Spagna, ma registra un consistente aumento del Mon per i minori costi operativi ed i minori ammortamenti dei diritti televisivi.
Le aziende che perdono più margine sono Finmeccanica ed STMicroelectronics. Il gruppo controllato dal Tesoro che opera nelle alte tecnologie (dai trasporti all’aerospazioale al militare) accusa un crollo di Mon dell’80% e riesce a chiudere i conti con un risultato netto positivo solo grazie a 575 milioni di operazioni straordinarie. STM ha invece un Mon pesantemente negativo.
Anche l’Eni mostra delle crepe: minori vendite della divisione Exploration & production, perdite nella vendita di gas naturale, la controllata Saipem in difficoltà; senza contare il calo dei prezzi del greggio e il rafforzamento dell’euro sul dollaro. Il gruppo petrolifero a controllo statale ha perso il 41% di Mon tra il 2012 e il 2013 e ha chiuso lo scorso esercizio con 5,2 miliardi di utile netto grazie a 3 miliardi di operazioni straordinarie quali la cessione di una quota del giacimento supergigante di gas del Monzambico e la vendita dei giacimenti acquisiti in Russia qualche anno fa in compartecipazione con Enel.
In calo del 4% anche il Mon di Exor, la holding della famiglia Agnelli che consolida tra gli altri il gruppo Fiat-Chrysler. I ricavi di Exor senza Chrysler (che aumenta le consegne di auto di oltre il 9%) salgono di un modesto 0,4 per cento. Fiat, in Europa, continua ad avere un Mon negativo, ovvero una perdita operativa netta di 470 milioni, con una contrazione di fatturato del 2% e del numero di auto vendute del 3 per cento. I suoi ricavi consolidati crescono del 5% in Canada e Usa, segnano un aumento del 48% in Asia, dove però il fatturato è di importo modesto, ma cadono di quasi il 10% in America latina.
L’aggregato invece migliora a livello di struttura finanziaria. Il rapporto complessivo tra debiti finanziari e mezzi propri scende al 113%, contro il 117% di fine 2012, ma resta più o meno elevato ancora per circa la metà del campione: del 300% per Terna, che ha il vantaggio di operare in monopolio nel trasporto dell’elettricità, del 254% per Exor, del 251% per World Duty Free, del 222% per Snam, altra impresa monopolistica nel trasprto del gas naturale, del 217% per Atlantia, a sua volta in regime di monopolio nel settore autostradale, del 193% per Autogrill, del 173% per Telecom, del 150% per Finmeccanica, del 131% per A2a, del 125% per Prysmian, del 113% per Gtech, del 110% per Enel e di poco meno del 100% per Pirelli.
Il rapporto indebitamento/patrimonio netto è del tutto trascurabile per Tod’s e Tenaris, rispettivamente del 6% e del 7,5%, ed è sostenibile per STM, Ferragamo, Yoox, Eni, Luxottica, Mediaset e Buzzi Unicem.
I debiti finanziari a breve termine aumentano, a livello aggregato, da 42,9 a 43,6 miliardi, con un’incidenza sul totale di oltre il 18%, mentre quelli a medio-lungo termine sfiorano l’82%, a 195,5 miliardi. Al loro interno continua a salire la quota obbligazionaria, che passa dal 55,5% al 60 per cento. L’ammontare dei bond emessi e collocati sul mercato dalle società del Top Industria raddoppia, tra il 2004 e il 2013, da 68,3 a 142,7 miliardi.

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