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«L’industria alimentare è sotto attacco, dieta mediterranea nel mirino dell’Onu»

Non c’è solo l’Europa, con le sue etichette Nutriscore, a mettere i bastoni tra le ruote al successo del made in Italy alimentare nel mondo. Un attacco ancora più pericoloso sta per arrivare dall’Onu. A New York, in autunno, ci sarà il Food Systems Summit e in quell’occasione dalle Nazioni Unite potrebbe arrivare l’indicazione che la dieta mediterranea contiene troppi alimenti di derivazione animale e, quindi, è poco sostenibile per il Pianeta. Non è la prima volta che la comunità internazionale, attraverso il Palazzo di vetro, prova ad attaccare il cibo made in Italy. Già nel 2018 la diplomazia italiana sventò per un soffio il tentativo di far passare il concetto che la dieta mediterranea facesse male alla salute, perché accusata di favorire le malattie non trasmissibili come per esempio l’obesità. Questa volta però il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio, vuole muoversi per tempo, per essere certo di bloccare ogni assalto.

Presidente, nell’era del Green deal la nostra dieta non è dunque sostenibile per l’ambiente?

Voglio essere molto chiaro: dal tentativo dell’Onu di tre anni fa al Nutriscore europeo, fino a quest’ultima critica alla dieta mediterranea, sono tutti attacchi che non hanno niente a che fare con gli interessi che dichiarano di voler tutelare. Dietro la questione della salute umana e di quella dell’ambiente si nasconde il tentativo di frenare la competitività del made in Italy alimentare sui mercati esteri. Le nostre eccellenze nel mondo hanno un successo incredibile, e non tanto per i volumi che abbiamo esportato, quanto piuttosto per la capacità di ricavare dai nostri prodotti una marginalità altissima. Serviamo nicchie di consumatori, noi italiani, ma come per la moda ci collochiamo nel segmento del lusso. Il cibo italiano è uno status symbol. L’Olanda esporta più di noi? Vero, ma noi dal nostro export sappiamo ricavare di più. In Italia l’industria alimentare è in grado di mantenere i livelli occupazionali che ha non certo per quello che riesce a vendere nei supermercati nazionali, bensì per quello che guadagna vendendo all’estero. Dietro la salute e l’ambiente, si nasconde ben altro: sono le nostre quote di mercato, che fanno gola.

Resta il fatto che quello della sostenibilità è un tema importante e che anche l’Unione europea ci chiede di investire per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni alimentari…

Sono d’accordo. Molto abbiamo fatto in questo senso e come industria siamo pronti a fare anche di più. In vent’anni, per ogni tonnellata di cibo prodotto, abbiamo ridotto del 60% l’acqua utilizzata e del 30% l’energia elettrica, gli imballaggi e la plastica. Oggi, invece, siamo al lavoro per ridurre la quantità di sali, di zuccheri e di grassi contenuti nei nostri prodotti. E non lo facciamo perché siamo bravi: è il consumatore che ce lo chiede, è lui il nostro faro guida.

Come si sta preparando l’industria italiana ad affrontare la sfida di New York?

Prima dell’appuntamento al quartier generale dell’Onu ci saranno due tappe di avvicinamento: il pre-summit del 19 luglio, che giocheremo in casa, a Roma. E ancora prima il G20 di Matera del 29 giugno. Le indicazioni che usciranno da questi vertici verranno portate a New York a ottobre, ed è in queste sedi che noi contiamo di far sentire la nostra voce. Non si può bollare un’intera dieta come nemica dell’ambiente: noi non mangiamo carne tutti i giorni, come si va per esempio in America. Ma il rischio, se l’Onu dovesse esprimere un orientamento vincolante a sfavore della dieta mediterranea, è che su certi prodotti non si potrà fare pubblicità o si potranno addirittura applicare tasse. Ma io sono convinto che alla fine, come nel 2018, vinceremo.

Sul terreno europeo, invece, la partita per il Nutriscore sembra essere in salita per l’Italia: dalla Francia alla Germania alla Spagna, sono parecchie le nazioni di peso che si sono schierate dalla parte della famosa etichetta a semaforo…

Al momento dalla parte dell’Italia, e della sua proposta alternativa di etichetta a batteria, ci sono altri cinque Paesi. Come Federalimentare stiamo contattando tutte le altre associazioni europee del mondo agricolo e di quello industriale per fare un fronte comune. In Germania, per esempio, il governo sarà anche favorevole al Nutriscore, ma le organizzazioni dei contadini sono contrarie. La partita si giocherà soprattutto in Polonia e in Spagna: a Madrid le elezioni hanno cambiato le carte in tavola, e anche qui gli agricoltori sono da sempre contrari al Nutriscore.

Qualcuno, anche in Italia, ha avanzato la possibilità di arrivare a un compromesso: sì al Nutriscore, ma esentando dall’obbligo di etichettatura a semaforo le produzioni Dop e Igp. Che ne pensa?

È un compromesso che non possiamo accettare. Il fatturato dei prodotti Dop e Igp in Italia rappresenta solo il 19% della produzione alimentare nazionale. Significherebbe che quattro quinti del made in Italy non sarà tutelato. Per fortuna, tra gli industriali la posizione è compatta e solidale.

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