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L’indirizzo Ip inchioda l’autore di diffamazione

di Giovanni Negri

Ha un po' la stessa funzione delle impronte digitali. Solo che qui di digitale c'è solo il contesto in cui è commesso il reato, mentre a inchiodare il colpevole, che sulla rete si muoveva utilizzando un comodo nickname, è l'indirizzo Ip. Considerato sufficiente a inchiodare l'autore di una diffamazione via web sul forum dedicato al dibattito politico locale dal sito di un piccolo paese. A chiarire l'intreccio, confermando la responsabilità accertata dai giudici di merito è stata la Corte di cassazione con la sentenza n. 8824 della Quinta sezione penale depositata il 7 marzo 2011.

Il contesto è quello di una disputa politica a livello locale, poi trascesa in ingiurie e invettive diffuse su internet. Nulla a che vedere con il legittimo esercizio del diritto di critica che in un ambito pubblico ha ampio diritto di cittadinanza. In questo caso nessuno scambio di opinioni; piuttosto una raffica di contumelie che ha visto come autore un politico locale e come vittima una famiglia del posto. Che ha deciso di non farla passare liscia all'anonimo maleducato che aveva scelto la palestra virtuale per dare sfogo al proprio risentimento: le ingiurie erano infatti diffuse sul forum pubblico allestito dal sito del locale comune.

Dalle vittime delle offese era subito partita una denuncia per diffamazione che ha coinvolto nelle indagini la polizia postale. È stato grazie all'intervento di quest'ultima che è stato possibile arrivare all'identificazione del colpevole nella figura di un politico locale. Nell'inchiesta si è poi rivelata determinante la collaborazione del sito web che stato teatro degli insulti e del gestore telefonico. È stato grazie a loro che è diventato possibile associare l'indirizzo Ip all'utenza domestica della persona sospetta.

L'uomo ha provato a difendersi ammettendo da una parte di essere un abituale frequentatore del forum pubblico, di esservi registrato tramite uno specifico username e di operarvi sotto pseudonimo (in gergo nickname), dall'altra aveva però negato ogni responsabilità negando che l'indirizzo Ip fosse riconducibile a lui con quel grado di certezza che, solo, può giustificare una condanna penale. In una fattispecie di diffamazione, come quella contestata, sarebbe così stato impossibile di fatto ricondurre la paternità di un messaggio diffuso sulla rete alla sua persona.

I magistrati però hanno fatto muto. E affermato, forti degli accertamenti tecnici compiuti, sia nei giudizi di merito sia in Cassazione che il numero di identificazione che viene assegnato sulla rete internet mondiale appartiene «in via esclusiva a un determinato computer connesso». Per la sentenza, però, non è possibile pensare a un'intrusione su internet, magari da chi si fosse fatto forte dello stesso nickname: troppi i dettagli che l'eventuale colpevole alternativo avrebbe dovuto conoscere. In punta di fatto, era nota a tutti in paese la profonda inimicizia dell'uomo nei confronti della famiglia offesa.

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