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L’indennizzo non fa bis Le S.u. della Cassazione sulla legge Pinto

Chi ottiene un decreto definitivo di condanna per l’indennizzo anti «cause lumaca” della legge Pinto può ben passare al pignoramento presso terzi se il pagamento non arriva entro sei mesi e cinque giorni. Ma in tal caso, se si rivolge ancora alla Corte d’appello contro le nuove lungaggini, non ottiene un’ulteriore equa riparazione se la doglianza non è rivolta contro l’eccessiva durata del processo esecutivo ma risulta proposta soltanto in relazione al ritardo nel pagamento.

In tal caso all’utente del servizio-giustizia non resta che il ricorso diretto alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, almeno allo stato attuale della legislazione interna. Lo chiariscono le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 6312/14, pubblicata il 19 marzo.

Decisioni interne

Ricostruire la storia aiuterà a fare chiarezza. Con un decreto depositato l’11 dicembre 2006 in base alla legge Pinto la Corte d’appello di Firenze condanna la presidenza del Consiglio dei ministri al pagamento di 2.500 euro, più interessi e spese legali, in favore della vittima del processo lumaca. Il decreto risulta notificato in forma esecutiva al ministero dell’Economia l’8 febbraio 2007. L’amministrazione, però, non paga e allora il cittadino aziona dell’espropriazione presso terzi: l’esecuzione forzata si conclude con l’ordinanza di assegnazione del credito il 23 dicembre 2008. Tra il decreto della Corte d’appello e il provvedimento di assegnazione del credito da indennizzo sono trascorsi due anni circa. E l’utente del servizio giustizia aveva diritto a ottenere l’equa riparazione in sei mesi e cinque giorni, pena il diritto a un ulteriore indennizzo. Ma attenzione: bisogna distinguere il caso in cui davanti alla Corte d’appello si fa valere il diritto a un processo Pinto di durata ragionevole oppure l’autonomo diritto all’esecuzione delle decisioni interne esecutive, vale a dire anche del decreto Pinto definitivo e obbligatorio. In secondo questo caso, sia stata promossa o no l’esecuzione forzata, il diritto non può essere fatto valere in base alla legge 89/2001 ma va azionato di fronte alla Corte di Strasburgo, perché non coperto dalla Pinto. Sbaglia nella specie il cittadino a non confutare specificamente la qualificazione della domanda operata dai giudici del merito, che hanno escluso si trattasse della «Pinto sulla Pinto». Inutile poi prospettare dubbi di costituzionalità sul fatto che non sia riconducibile alla disposizione di cui all’articolo 2, comma 1, della legge 89/2001, anche la tutela del diritto «all’esecuzione delle decisioni interne esecutive» e, quindi, delle fattispecie di ritardo della pubblica amministrazione nel pagamento delle somme riconosciute dal decreto Pinto esecutivo: infatti, osservano gli Ermellini, non c’è alcun dubbio che la scelta, tra le molteplici possibili, del rimedio effettivo a tale ritardo è attribuita anche dalla stessa Convenzione europea all’«ampia discrezionalità» del legislatore. Spese compensate per la novità della questione.

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