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L’indecisione europea frena le Borse

di Maximilian Cellino

La notizia che segna l'andamento dei mercati e spacca la giornata di ieri in due giunge nel primo pomeriggio, proprio mentre a Wall Street partono le contrattazioni. Quando la riunione dei ministri delle Finanze dell'Unione europea, che avrebbe oggi dovuto precedere il vertice dei capi di Stato dell'Eurozona, viene cancellata la reazione è immediata: le Borse europee, che fino ad allora avevano vivacchiato tra alti e bassi proprio in attesa del summit, prendono con decisione la via del ribasso; l'euro scivola e il conseguente rafforzamento del dollaro manda al tappeto anche New York.

Sembra la riedizione di qualche giornata del mese di agosto o settembre, quando il castello di carta costruito sulle attese di una soluzione dei problemi del debito europeo e delle banche è stato soffiato via in pochi minuti dall'ennesimo ostacolo sulla strada del piano di salvataggio. I mercati azionari trovano però un sostegno – parziale sì, ma anche inaspettato – che permette loro di limitare i danni e di terminare la seduta con perdite tutto sommato accettabili e distanti anni luce dai collassi dell'estate scorsa: Milano chiude a -1,06%, Parigi a -1,43%, Londra a -0,41% e Francoforte a -0,14%; l'euro riaggancia quota 1,39 sul dollaro e a New York S&P e Nasdaq perdono rispettivamente il 2% e il 2,26%.

Insomma, una ritirata «composta», per definirla con le parole di un trader, alla quale si stenta però anche a dare una spiegazione plausibile. Dalle sale operative provano a dare risposte: c'è chi pensa che si sia data ancora una volta fiducia all'Europa e alla possibilità di trovare una soluzione alle tre questioni chiave di queste settimane, che riguardano la ricapitalizzazione del sistema bancario, il nuovo piano di salvataggio della Grecia e il potenziamento del fondo salva-stati Efsf. «Il fatto stesso che stiano circolando le bozze dell'accordo – spiega un gestore – autorizza a pensare che i lavori stiano procedendo, e che il rinvio del meeting dei ministri delle Finanze sia soltanto un modo per prendere tempo e per presentarsi al G-20 di inizio novembre con una soluzione condivisa in tasca».

C'è anche chi si rifugia nel classico: «Le posizioni degli investitori sono rialziste e i mercati hanno voglia di salire indipendentemente dalle notizie negative che possono giungere», spiegano da una Sim, ma senza troppa convinzione. L'unica certezza è che ieri di motivi per perdere terreno i listini ne avrebbero avuti, e non soltanto per le vicende europee: negli Stati Uniti, per esempio, la fiducia dei consumatori rilevata dal Conference Board è scesa a ottobre a 39,8 punti dai 46,4 punti del mese precedente deludendo le attese. Per un'economia che fa affidamento soprattutto sulle decisioni di acquisto delle famiglie per evitare di ricadere in recessione non è un bel segnale, e ben lo sa Netflix, società di noleggio video online che ieri ha perso oltre il 30% in Borsa dopo aver annunciato di aver perso ben 800mila clienti nell'ultimo trimestre.

Qualche segnale di tensione, del resto, tornano a darlo anche l'oro (ieri risalito sopra i 1.700 dollari l'oncia per la prima volta da un mese) e lo yen. La valuta nipponica ha raggiunto ieri un nuovo massimo dal secondo dopoguerra nei confronti del dollaro a 75,77. Il movimento, che per gli operatori è segnale di avversione al rischio, si è fermato soltanto di fronte alle ripetute voci di interventi da parte della Banca del Giappone. Secondo la stampa nipponica, a Tokyo si starebbero discutendo misure addizionali di politica monetaria per arrestare l'eccessivo apprezzamento dello yen: dopo Usa e Gran Bretagna il «quantitative easing» raggiungerebbe anche il Sol Levante.

 

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