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L’incognita fondo imprevisti

di Eugenio Bruno

Dalla guerra di Etiopia a oggi il copione è rimasto lo stesso: le risorse per finanziare conflitti, terremoti, alluvioni e altri eventi eccezionali sono arrivate quasi sempre dai carburanti. E il rischio non è scongiurato neanche ora dopo le modifiche introdotte al decreto semplificazioni approvato ieri in seconda lettura dal Senato (si veda altro articolo a pagina 16, ndr). Durante il passaggio a Palazzo Madama è stato reinserito il meccanismo che affida a un aumento delle accise nazionale sulla benzina il finanziamento del cosiddetto «fondo imprevisti».
Una premessa è d'obbligo: la norma in oggetto non determina di per sé un ritocco all'insù della tassazione sui carburanti. Come ha precisato lo stesso ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi: «Il ripristino del fondo emergenze non comporta alcun aumento delle accise», ha commentato il responsabile di Palazzo Vidoni. Che ha poi ricordato come la riproposizione della disposizione, che era stata cancellata durante il primo esame a Montecitorio, «è stato chiesto dalla commissione Bilancio del Senato ex art. 81 e comporta solo un meccanismo di adeguamento copertura fondo per far fronte a emergenze conseguenti a eventuali e non auspicate calamità».
In pratica l'innalzamento del prelievo avverrebbe solo in presenza di una nuova catastrofe che l'Esecutivo decidesse di fronteggiare attingendo al fondo previsto dalla legge 225 del 1995 sulla Protezione civile. In quel caso, per rimpinguare le casse erariali, si attingerebbe «alle maggiori entrate derivanti dall'aumento dell'aliquota dell'accisa sulla benzina e sulla benzina senza piombo, nonché dell'aliquota dell'accisa sul gasolio usato come carburante».
A prevederlo è l'articolo 5, comma 5-quinquies, della legge 225. Almeno di quella parte che è sopravvissuta a una pronuncia di illegittimità costituzionale intervenuta un mese e mezzo fa. Con la sentenza 22 del 16 febbraio 2012 la Consulta ha cancellato il sistema di rifinanziamento introdotto dall'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, con il Dl milleproroghe del 2010. In presenza di una catastrofe naturale sul proprio territorio e della dichiarazione di uno stato di emergenza ogni governatore era infatti autorizzato a «deliberare aumenti, sino al limite massimo consentito dalla vigente legislazione, dei tributi, delle addizionali, delle aliquote ovvero delle maggiorazioni di aliquote attribuite alla regione». Oppure delle accise sui carburanti. E, qualora queste soluzioni non fossero state sufficienti, allora sarebbe intervenuto il Governo centrale.
Quest'ultima facoltà è l'unica rimasta in piedi dopo la pronuncia dei giudici costituzionali e dopo l'emendamento introdotto al Senato nel decreto semplificazioni. Dando per scontato che la norma non verrà ritoccata alla Camera, visti i tempi ristretti di conversione in legge (che scadono il 9 aprile, ndr), in presenza di una calamità sarà un provvedimento dell'Agenzia delle Dogane a definire l'entità dell'intervento sui carburanti in modo da garantire le «maggiori entrate corrispondenti all'importo prelevato dal fondo di riserva». Fermo restando il limite per gli aumenti di cinque centesimi al litro.
A sentire uno degli artefici delle modifiche introdotte a Palazzo Madama, il senatore pidiellino Filippo Saltamartini, il fondo per le calamità naturali viene ora riportato «alla sua funzione originaria, tamponando un pasticcio normativo che avrebbe permesso di svuotare, con qualunque scusa, il fondo nazionale per le emergenze. Un fondo cuscinetto – ha spiegato ieri – di 600 milioni di euro per fronteggiare le emergenze impreviste». Grazie al quale, ha spiegato, «il Governo potrà celermente emanare le ordinanze di Protezione civile per rifondere le spese sostenute dai Comuni e dalle Regioni per l'emergenza neve».
Se così fosse – e dunque se quel contenitore venisse nuovamente svuotato – il conto lo pagherebbero gli automobilisti. Con il ritocco all'insù dei prezzi alla pompa che, in virtù del meccanismo spiegato qui sopra, potrebbe conseguirne.

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