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L’inchiesta americana su Fca Marchionne: nessuna violazione

La peggiore delle accuse, forse, di questi tempi e dopo lo scandalo Volkswagen. L’Epa, l’Agenzia americana per l’ambiente, la scarica su Fiat Chrysler Automobiles alle cinque del pomeriggio italiano: il gruppo guidato da Sergio Marchionne, sostiene, ha usato software illegali per mascherare l’effettivo livello di emissioni inquinanti di 104 mila tra Jeep Grand Cherokee e Dodge Ram, alimentazione diesel, venduti negli Stati Uniti dal 2014. Fca respinge subito, netta e « disappointed » (ma in un’accezione più forte del letterale «delusa», o «contrariata»). L’amministratore delegato, poco più tardi e mentre il titolo scende a rotta di collo, ribadisce in modo ancora più duro, fa sottilmente notare qualche stranezza (tecnica e politica), si definisce «molto arrabbiato» (e anche questo è un eufemismo).

Non bastano però i puntigliosi, pungenti riferimenti della nota ufficiale ai «mesi passati» a fornire la «voluminosa documentazione» richiesta dall’Environmental Protection Agency, a «cercare di spiegare» ai suoi rappresentanti la propria tecnologia, «all’intenzione» e — adesso che come ogni organismo governativo l’Epa passa sotto le insegne della presidenza Donald Trump — «all’opportunità» di continuare a lavorare «con la nuova amministrazione» per dimostrare di essere perfettamente in regola e «risolvere speditamente questa faccenda».

Come peraltro, contrattacca Marchionne, si sarebbe già potuto fare: all’Agenzia che in fretta e furia convoca una conferenza stampa per annunciare che «Fca ha schivato le regole ed è stata scoperta», lui replica che «non siamo così stupidi, nessuno ha barato o commesso frodi ed è curioso, e spiacevole, che l’Epa abbia deciso di affrontare così pubblicamente una questione che avremmo già potuto chiarire». Nota per contro, «la strana tempistica di un’amministrazione in scadenza».

Qualcosa di «strano», in effetti, c’è. Fossero anche solo le date della presunta truffa. Secondo l’Epa inizia nel 2014, e va bene, ma davvero in Fca sarebbero arrogantemente «stupidi» se avessero continuato (come da accuse) a usare software illegali pur dopo lo scandalo Volkswagen, esploso nell’estate del 2015. E infatti, tra l’altro, Marchionne diffida da qualsiasi accostamento con i tedeschi: anche nella sostanza «questo è un tipo di analisi diverso», qui di «illegale» — dice — c’è solo «quel che ha fumato chiunque faccia un parallelo tra noi e Volkswagen».

Tant’è. In attesa del primo confronto Epa—Fca (oggi) e dell’incontro diretto con l’amministratore delegato (lunedì), il caso è scoppiato. I paralleli si fanno. Il colpo di immagine, il paragone con la multa da 4,3 miliardi appena patteggiata da Wolfsburg («Sopravvivremmo anche a una sanzione così», pur se Marchionne la ritiene improbabile: «La nostra coscienza è pulita»), «l’indubbio impatto dell’indagine impatto sulle vendite» spediscono immediatamente a picco il titolo. A Milano, dove i primi rumors arrivano a meno di un’ora dalla chiusura, basta quel breve spazio per portare la perdita oltre il 18% e trascinare giù tutto il listino. A New York, stesso copione. Wall Street però fa in tempo a leggere le parole del leader Fca: il rosso del 16% d’apertura a metà seduta si dimezza. Otto per cento. Comunque un salasso.

Raffaella Polato

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