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«L’incertezza politica un freno agli investimenti»

Nel pubblicare la sua analisi trimestrale sull’economia dell’Unione, la Commissione europea ha fatto notare ieri che, per la prima volta in quasi 10 anni, tutti i Paesi membri dovrebbero registrare crescita economica quest’anno. Eppure, «le prospettive sono più incerte del solito», si legge nel rapporto. In una conversazione con Il Sole 24 Ore, il vice presidente dell’esecutivo comunitario Jyrki Katainen, 45 anni, ha sottolineato come l’incertezza politica – dall’uscita della Gran Bretagna dalla Ue alle prossime presidenziali francesi fino al possibile voto anticipato in Italia – stia pericolosamente pesando sugli investimenti.
Continua da pagina 1 L’ex premier finlandese, che ha affrontato anche l’ipotesi di una tassa all’importazione (border tax) negli Stati Uniti, è il primo responsabile del Fondo europeo per gli investimenti strategici (l’EFSI o Fondo Juncker).
Per lungo tempo, nel pieno della crisi debitoria e finanziaria, era l’incertezza economica a pesare sugli investimenti. Nel frattempo, il periodo più acuto della crisi è passato, l’economia si sta ripendendo, ma gli investimenti restano deboli. Come mai?
Vi è stata una ripresa degli investimenti, ma non quanto sperato o previsto. Nei fatti, quello degli investimenti è ancora un anello debole dell’economia europea. L’incertezza economica è stata superata. Le riforme strutturali in molti paesi sono state adottate e la crisi esistenziale della zona euro appare almeno in parte risolta. La ragione della debolezza degli investimenti è a questo punto legata all’incertezza politica.
Quali sono i timori più evidenti, che gli investitori internazionali le riferiscono più spesso?
I rischi politici sono difficili da analizzare e da prevedere. C’è chiaramente preoccupazione per le scelte politiche della nuova amministrazione americana. Sul fronte commerciale, ci si interroga su come potrebbe concretizzarsi il protezionismo americano e quale sarebbe il suo impatto sul commercio internazionale. Sul versante europeo, la situazione è senza precedenti per quanto riguarda il populismo. Ci si chiede come evolverà la tassazione o come si svilupperà l’assetto della società. Ci sono dubbi poi sul comportamento dei consumatori.
Lo sguardo di molti osservatori corre alla scelta britannica di lasciare l’Unione o alla Francia e alle prossime elezioni presidenziali che Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale, potrebbe in effetti vincere.
Attualmente, il livello degli investimenti in Europa è inferiore di 300 miliardi di euro ai livelli medi di lungo termine. All’incertezza economica è subentrata l’incertezza politica. Per colmare questo scarto, dobbiamo ridurre l’incertezza per incoraggiare gli investimenti privati perché attualmente non è un problema di denaro, quello non manca, è un problema di allocazione dei fondi.
Cosa risponde ai suoi interlocutori stranieri quando le chiedono del futuro della zona euro?
Faccio loro notare che le sfide non mancano: l’esito di incerte elezioni politiche; l’emergenza immigrazione; il rapporto con la Russia. Al tempo stesso, sottolineo come l’Europa si stia integrando sempre più. Ricordo le misure per completare il mercato unico digitale, il mercato unico dei capitali, il mercato unico energetico. Per non parlare della nascita di un Corpo europeo di guardie di frontiera o dell’annunciata cooperazione nel campo della difesa.
Può l’Europa fare di più per compensare gli effetti nefasti sugli investimenti dell’incertezza politica?
La Commissione europea può fare poco direttamente nei paesi membri, ma promuovendo accordi commerciali, rafforzando il mercato unico e utilizzando appieno il Fondo Juncker possiamo sostenere l’economia e rasserenare il clima politico. A proposito del mercato unico, vi è ancora molto potenziale tuttora inutilizzato. Possiamo creare nuovi mercati e quindi nuova domanda. Per esempio, nel trasporto dell’elettricità o nei biocarburanti.
Parliamo, per terminare, della situazione americana e soprattuto del futuro del commercio internazionale. Gli Stati Uniti stanno valutando se adottare una border tax, una tassa all’importazione. Cosa ne pensa?
Non mi piace parlare di guerre commerciali o speculare su di esse. L’Europa vuole evitare guerre o conflitti commerciali con qualsiasi partner, inclusi gli Stati Uniti. Poiché sarebbe molto negativo per l’economia. Ciò detto, se qualcuno si comporta contro i nostri interessi o contro le regole commerciali internazionali, allora possiamo reagire con i nostri meccanismi. Vogliamo rispettare le regole globali quando si tratta di commercio.
Anche il rischio di una politica isolazionista da parte americana è fonte di incertezza politica.
Prima dell’arrivo di Donald Trump, il libero commercio era fonte di preoccupazione per molti in Europa e nel mondo, associato a una globalizzazione non governata o mal governata. Si era convinti che l’assenza di regole fosse sinonimo di perdite di posti di lavoro. Oggi l’approccio mentale è più favorevole al commercio, per via anche della minaccia di decisioni unilaterali da parte americana. Siamo passati da una visione negativa del libero commercio, a una visione più positiva se quest’ultimo è basato su regole certe e condivise. Non è un caso se nelle ultime settimane i paesi del Golfo Persico, dell’Asia o dell’America Latina ci dicono di voler rafforzare i legami con una Europa che privilegia il multilateralismo e la cooperazione internazionale.

Beda Romano

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