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“L’incertezza frena il Paese per uscire dalla crisi uno sforzo eccezionale”

Per tre volte nella sala affollata di Palazzo Koch risuona la parola «incertezza». Ignazio Visco la indica come il principale pericolo quando prevalgono scarsa chiarezza e poca determinazione sulle prospettive del Paese: c’è incertezza se non si affronta il problema del debito, c’è incertezza se non si prende una strada certa sulla questione delle sofferenze attraverso una bad bank. C’è un rischio di «incertezza politica», come emerge nelle ultime righe delle «Considerazioni finali», anche se il governatore di Bankitalia si dice «fiducioso » sul fatto che il Paese saprà superarlo ed ottenere «risultati che servono l’interesse generale ».
E’ quell’incertezza che spaventa i mercati, che fa affilare i denti alla speculazione, che spesso è figlia dell’improvvisazione. Andazzo del tutto opposto al «metodo Ciampi», evocato fin dalle prime righe delle «Considerazioni » permeato di «senso del dovere» e «responsabilità». E la ricetta che Visco invia alla classe politica, più o meno populista, suona quello spartito: «Le politiche economiche devono avere la veduta lunga, mettere in evidenza i benefici per i cittadini» e il «consenso va ricercato con la definizione e la comunicazione di programmi chiari, ambiziosi, saldamente fondati sulla realtà».
Enunciato il metodo, Ignazio Visco, di fronte a Mario Draghi e all’intera nomenclatura di Via Nazionale da Fazio, a Dini, a Saccomanni, a Pierluigi Ciocca, rappresenta lo stato di salute del Paese, valuta l’azione del governo, elenca i «fattori di debolezza », spiega le sue ricette e, al termine del suo primo mandato, chiede a tutti «uno sforzo eccezionale » per superare la crisi. Ad ascoltarlo la presidente della Camera Laura Boldrini.
Il racconto di Visco è drammatico: quelli della crisi, annota il governatore, sono stati gli «anni peggiori della storia d’Italia in tempo di pace». Numeri ne fornisce molti (con la novità di otto «figure » in coda alle «Considerazioni »): dal 2007 al 2013 il Pil è diminuito del 9 per cento, la produzione industriale di quasi un quarto, gli investimenti del 30 per cento. Attenzione però, perché, ricorda Visco, stiamo peggio degli altri: «Ancora oggi nel nostro paese il prodotto è inferiore di oltre il 7 per cento al livello di inizio 2008», ma nel resto dell’Euroarea «lo supera del 5 per cento ».
Ora, dice Visco, «serve uno sforzo eccezionale», perché l’Italia ha risposto «con fatica» ai grandi cambiamenti commerciali, finanziari, tecnologici e demografici e questo spiega le «difficoltà » nel dare vigore ad una ripresa «che pure si sta consolidando », tant’è che il governatore ricorda che in Italia «l’espansione dell’economia, ancorché debole, si protrae da oltre due anni».
Ci vogliono «altri passi in avanti e non retromarce» sul terreno di riforme, finanza pubblica e banche, insiste. Bisogna «rimuovere
i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione». Senza indugi: «La principale lezione della crisi è che gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano».
Uscire dall’euro per risolvere i problemi è un’«illusione», osserva Visco, di cui spesso «si parla senza cognizione di causa», perché «non soffriamo di un cambio sopravvalutato» e senza l’euro ci sarebbero, al contrario, «gravi rischi di instabilità». Il governatore ammette con franchezza: «Anche noi critichiamo regole europee di cui non siamo soddisfatti. Ma non per mettere in discussione il cammino dell’Europa».
«La questione del lavoro è centrale », dice il numero uno di Bankitalia. E’ «l’eredità più dolorosa della crisi»: sono peggiorati gli «standard di vita delle famiglie, in particolare quelle più disagiate ». Nel 2014 il tasso di disoccupazione è stato, più del doppio del 2007, prima dello scoppio della crisi. Sebbene nell’ultimo biennio si siano registrati «miglioramenti » grazie «agli sgravi contributivi » alla fine del 2016 «meno del 60 per cento delle persone tra i 20 e i 67 anni aveva un impiego » e era occupata «una donna su due».
L’analisi di Visco su cause e rimedi tira in ballo demografia e
tecnologie. «Le tendenze demografiche e tecnologiche giocano un ruolo importante che si accrescerà negli anni a venire». Il punto è infatti «la quantità e la qualità » della forza lavoro.
Quindi inserimento «efficace e razionale» degli immigrati «necessari per lo sviluppo del paese ». In secondo luogo la produttività: tra il 1995 e il 2007 è cresciuta in Italia solo un quarto del ritmo di Francia e Germania e per Visco «bisogna colmare questo ritardo» con capitale umano e automazione. Facilitare l’impresa e puntare su investimenti pubblici sono gli altri pilastri.
L’alto livello del debito pubblico, dice Visco, costituisce un «elemento di vulnerabilità» e di «freno » dell’economia: «alimenta incertezza », «scoraggia gli investimenti », «espone alla sfiducia dei mercati». Tant’è che, osserva, c’è stato negli ultimi otto mesi un aumento «eccezionale e repentino » dello spread con i Bund. Il governatore esorta a «non ripetere gli errori del passato » e invita a diminuire il rapporto debito-Pil. Come? Con lo sviluppo, ricomponendo spese e entrate, riconsiderando trasferimenti e agevolazioni fiscali, contrastando l’evasione. Così anche con una crescita all’1 per cento, e una inflazione al 2 si può contare su un aumento del Pil nominale e, nel frattempo, sviluppare un avanzo primario, al netto degli interessi, al 4 per cento. E’ l’obiettivo del Def- Padoan che avvista quel rapporto nel 2020, con l’intento di ripetere l’esercizio che l’Italia fece tra il 1995 e il 2000. In dieci anni, dice Visco, il rapporto scenderebbe sotto il 100 per cento.

Roberto Petrini

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