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L’impresa in crisi non paga pegno

La crisi di liquidità dell’impresa può configurare un’ipotesi di forza maggiore e condurre alla non applicazione di sanzioni amministrative.

Sono queste le conclusioni cui è possibile giungere attraverso un’analisi della giurisprudenza di merito che, in ambito tributario, ha avuto modo di pronunciarsi sulle istanze dei tanti imprenditori alle prese con situazioni finanziarie critiche legate alla insufficienza degli incassi a far fronte a tutte le uscite collegate all’esercizio dell’attività di impresa (costi del personale, delle materie prime ecc.) nonché alla necessità di adempiere agli obblighi fiscali e contributivi.

In termini generali, il mancato tempestivo pagamento delle imposte dirette e dell’Iva comporta, oltre alla richiesta del versamento di quanto non pagato, maggiorato di interessi, anche l’applicazione di sanzioni amministrative, generalmente fissate in misura proporzionale all’imposta non versata (dal 100% al 200%). Ma l’inadempimento dell’obbligo di versamento ben può essere riconducibile a una situazione di involontarietà da parte del contribuente, il quale pur intendendo adempiere si trova nella materiale difficoltà di reperire i fondi sufficienti ovvero nella necessità di dovere destinare le risorse finanziarie disponibili ad altre esigenze reputate prioritarie, come ad esempio il pagamento delle retribuzioni dei dipendenti o il versamento dei contributi previdenziali per potere ottenere le certificazioni di regolarità contributiva indispensabili per la partecipazione a procedure selettive indette dalla pubblica amministrazione. Tali ipotesi, sempre più frequenti, risultano essenzialmente riconducibili a una duplice causa: (i) la situazione di crisi economica globale, la quale comporta ritardi e inadempimenti a catena nei pagamenti tra imprenditori e (ii) i cronici ritardi nei pagamenti delle commesse da parte della pubblica amministrazione, che secondo le più recenti indagini possono giungere a tempistiche di 793 giorni nel sud Italia, con un tempo medio di pagamento superiore a 270/360 giorni. Va detto che i ritardi nei pagamenti non sono una prerogativa della pubblica amministrazione, dal momento che anche le imprese private fanno fronte ai propri debiti commerciali in tempi sempre più lunghi, oscillanti dai 150 giorni del nord-est ai 300 giorni del sud del Paese.

In tali ipotesi, al contribuente che si veda recapitare una richiesta di pagamento reputata ingiusta, talora con l’aggiunta della contestazione di un’ipotesi di reato penal-tributario, non rimane che la strada contenziosa, poiché è solo il giudice tributario a potere disporre la disapplicazione delle sanzioni, non d’ufficio bensì su istanza di parte, al fine di far valere la propria non colpevolezza o evidenziare l’esistenza di una causa di esclusione dell’elemento soggettivo dell’illecito. Su tali fattispecie si registra il sempre più attento interesse della giurisprudenza, alla quale va attribuito il merito della presa d’atto della dimensione sociale del fenomeno, cui porre rimedio attraverso l’esclusione della volontarietà della condotta dei contribuenti nei casi in cui tale esclusione sia accuratamente ricostruita e documentata in sede processuale.

E infatti, la giurisprudenza tributaria, solitamente refrattaria al recepimento di istanze derivanti da motivazioni meramente economico/finanziarie, ha cominciato a riconoscere la sussistenza della causa di esclusione rappresentata dallo stato di forza maggiore, ai sensi dell’art. 6, comma 5, del dlgs n. 472/1997, con conseguente disapplicazione delle sanzioni, in capo al ricorrente che non sia stato in grado di onorare gli obblighi di versamento delle imposte, a causa della situazione imprevedibile ed improvvisa di crisi economica abbattutasi sui propri clienti diretti nonché sui clienti di questi ultimi (Commissione tributaria provinciale di Lecce, sentenza n. 352 del 23 luglio 2010).

Addirittura, nella sentenza della Commissione tributaria provinciale di Firenze n. 13 del 25 gennaio 2011, è stato riconosciuto l’estremo disagio finanziario rappresentato dall’esistenza di ingenti debiti verso istituti di credito quale causa di forza maggiore, ai fini dell’esclusione dell’applicabilità di sanzioni amministrative ai sensi dell’art. 6, comma 5, del dlgs n. 472/1997, definita come la causa, esterna o interna, al soggetto di esclusione della coscienza e volontà della condotta che impedisce il nesso psichico fra soggetto e condotta, la cui presenza priva, dunque, il soggetto agente della possibilità di controllare le proprie azioni ed esclude, pertanto, ogni possibilità di configurare una responsabilità dello stesso.

Comune denominatore delle pronunce illustrate è la circostanza per cui l’omesso versamento non è stato attribuito né alla volontà del contribuente di dare precedenza ad altri pagamenti né tantomeno alla rappresentazione della possibilità di non pagare tempestivamente le imposte derivanti dalla dichiarazione, essendo da ascrivere esclusivamente a una situazione sopravvenuta di crisi o aridità finanziaria originata da un improvviso e progressivo peggioramento del quadro economico nazionale e globale, sicuramente non preventivabile e non fronteggiabile secondo gli ordinari canoni di gestione aziendale.

Da ultimo, occorre segnalare la recentissima pronuncia della Commissione tributaria regionale del Lazio n. 158 del 20 giugno 2012, che ha avuto il merito di prendere atto delle difficoltà finanziarie in cui versano gli imprenditori che hanno modo di prestare attività in favore della pubblica amministrazione. In tale pronuncia, infatti, per la prima volta si riconosce che l’impossibilità economica finanziaria, causata dal mancato pagamento di commesse da parte delle pubbliche amministrazioni, documentalmente provata dal contribuente, costituisce esimente dall’applicazione delle sanzioni pecuniarie amministrative, in considerazione del difetto del requisito di colpevolezza prevista dall’art. 5 del dlgs n. 472/1997.

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