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L’impatto del voto su Wall Street

Quando i mercati si sveglieranno domattina a urne chiuse e – sperano – con un nuovo presidente americano, la risposta immediata appare già scritta: un sospiro di sollievo se nella lunga nottata elettorale avrà vinto Hillary Clinton, favorita e ben nota agli operatori; un sobbalzo e calo se il successo avrà invece arriso allo sfidante Donald Trump e al suo populismo. Tanto hanno indicato di essere predisposti a fare gli indici azionari fin dalle ultime ore, salendo di pari passo con sondaggi che hanno dato la candidata democratica nuovamente in leggero vantaggio su scala nazionale.
Quanto significativa sarà questa reazione è però tutt’altro che scontato. Dipenderà da molteplici fattori: i margini di vittoria, che si traducono in mandato politico. E un tassello chiave sarà anche l’esito del voto per il Congresso: la soluzione ideale ipotizzata da Wall Street immagina Clinton alla Casa Bianca con i repubblicani che mantengono il controllo della Camera, suggerendo compromessi nel governare soprattutto dove conta per gli investitori, dalle regolamentazioni alle tasse. «I mercati azionari in un simile scenario dovrebbero guadagnare e così il dollaro – spiega Mickey Levy di Berenberg -. I rendimenti dei titoli del Tesoro dovrebbero contemporaneamente salire con lo spostamento degli investitori verso asset più rischiosi e l’oro e altre attività di hedge contro il rischio perdere quota». JP Morgan stima in cifre l’effetto-Hillary in un rialzo delle Borse americane e globali del 3-4%. Barclays è un po’ più producente, con un’ascesa del 2-3%.
Un’elezione di Trump minaccia al contrario ripercussioni più drastiche e imprevedibili: gli analisti temono uno scivolone tra il 3% e l’8%, con Barclays che si spinge a tracolli dell’11%, ben oltre la correzione del 5% seguita a Brexit. Frutto di un misto di sorpresa e di incognite politico-economiche, da protezionismo e guerre commerciali a irresponsabilità fiscale. Il dollaro dovrebbe in generale perdere terreno, tranne che al cospetto delle valute di Cina e Messico, i paesi oggetto dei maggiori attacchi del candidato repubblicano. I Treasuries appaiono in questo clima destinati a lievitare assieme all’oro come rifugio da una presidenza Trump.
È questa la conclusione tratta da un esame dei paper pubblicati da grandi banche e centri di ricerca, da Berenberg a Citigroup, da JP Morgan a Barclays fino alla Brookings Institution. Wall Street ha tuttavia cominciato a interrogarsi ormai anche sull’impatto di più lungo periodo. L’outlook dipenderà molto dalla forma e dalle azioni delle nuove amministrazioni: Clinton potrebbe assistere allo spegnersi di eventuali rally iniziali alla realizzazione che le sfide per la ripresa e le performance aziendali non sono semplici. Trump potrebbe contare su una normalizzazione della caduta se si dimostrerà meno radicale e azzardato. I nomi che circolano per un suo governo fanno però poco per tranquillizzare: da Steven Mnuchin, responsabile delle sue finanze elettorali, ex banchiere di Goldman Sachs e produttore cinematografico, al Tesoro, a Rudy Giuliani alla Giustizia, Newt Gingrich agli Esteri e Michael Flynn a Difesa o sicurezza nazionale. Clinton offre maggiori garanzie con in lizza per il Tesoro personaggi del calibro di Sheryl Sandberg di Facebook, Gary Gensler e Lael Brainard.
Sotto il profilo settoriale, una vittoria di Clinton incentiverà i beni di consumo discrezionale, sostenuti da programmi di aiuto a redditi medi e basso che dovrebbero alimentare gli acquisti. Bene anche i comparti legati a progetti infrastruturali. Sostegno riceverebbero inoltre energia alternativa e fonti rinnovabili. Tra i settori invece vittima di minor entusiasmo il bancario, per la promessa di mantener fede o rafforzare le controverse regulation post-crisi. Penalizzate potrebbero essere le compagnie farmaceutiche a fronte di nuove norme per calmierare i prezzi di medicinali e terapie. La Casa Bianca di Trump avrebbe un chiaro vincitore settoriale: il comparto energetico e delle materie prime tradizionali, dal petrolio al gas. Bene potrebbe reagire anche l’immobiliare e il manifatturiero di base, grazie a maggior protezionismo e idee di tagli delle aliquote aziendali dal 33% al 15%. Meno bene il farmaceutico. Nel mirino finirebbero però i tanti comparti esposti all’export e ai mercati globali davanti al pericolo di escalation delle tensioni internazionali.

Marco Valsania

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