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Limiti severi al trust liquidatorio

di Angelo Busani

Ulteriore "condanna" per il trust "liquidatorio": non è ammissibile che i beni di un'impresa (o, peggio, l'intero patrimonio attivo di una società) vengano immessi in un trust, al dichiarato fine di «conservare il loro valore» a tutela degli interessi dei creditori e dei soci, «evitare la loro dispersione», assicurare la parità di trattamento dei creditori, se il trust non ha alcuna utilità aggiuntiva rispetto a quella che avrebbe una fase di liquidazione del patrimonio sociale svolta secondo le procedure ordinarie previste per lo scioglimento delle società.

È quanto ritenuto dal giudice dell'esecuzione di Reggio Emilia in un'ordinanza del 14 marzo 2011, emanata in una procedura esecutiva nel cui ambito è stato analizzato il caso di una società in liquidazione che, dopo aver devoluto tutto il suo attivo a un trust di cui era trustee il liquidatore stesso, era stata poi precipitosamente cancellata dal Registro imprese (evento dal quale non è difficile derivare il sospetto che si trattasse di una operazione finalizzata a lasciare i creditori con un "palmo di naso").

Due i principali punti di crisi della situazione, oltre al rilievo che questo trust si traduceva in pratica nell'elusione delle regole in tema di liquidazione delle società:

1) le specifiche caratteristiche di questo trust evidenziavano come esso in effetti fosse probabilmente valutabile più quale una "fuga" dai creditori piuttosto che uno strumento a loro tutela (forse anche con risvolti penalistici, come confermato dal fatto che l'ordinanza in questione è stata trasmessa alla Procura della Repubblica);

2) la sostanziale coincidenza tra il disponente del trust e il trustee, evidenza di come costui difficilmente potesse essere un soggetto diverso da un mero prestanome.

Proliferano purtroppo i casi (provocati delle gravi situazioni debitorie in cui un sempre maggiore numero di imprenditori si trova) che manifestano l'esistenza di una diffusa, ma errata, convinzione che il trust possa essere utilizzato come escamotage per sfuggire ai creditori (si veda di recente la sentenza della Cassazione 13276/2011); e pure i casi nei quali si evidenzia come non sia percepito che un trust può reggere solo se vi sia un netto distacco tra il disponente e il trustee, in quanto una loro stretta attinenza è una delle prove più tangibili della simulazione del trust e del fatto che il trustee è un fantoccio. Per non parlare del trust "autodichiarato" (dove il disponente assume in capo a sé la qualità di trustee), ove la patologia raggiunge il massimo grado.

Lo stato di difficoltà in cui molti si vengono a trovare in questo periodo facilita inoltre l'improvvisazione e l'affidamento di questioni delicatissime a consulenti improbabili, con conseguenze assai negative, non fosse altro perché il trust è un istituto complicato, proprio di sistemi giuridici lontani dal nostro, con regole difficili da essere capite e applicate.

Beninteso, il trust "liquidatorio" non va condannato a priori, in quanto esiste senz'altro un perimetro entro il quale può rivelarsi efficiente e non fraudolento sistema per organizzare con professionalità e correttezza la dismissione dei beni dell'impresa in crisi, nell'interesse sia dei creditori (a conseguire il dovuto senza subire discriminazioni) sia della società debitrice (per cercare di risolvere la situazione e di perseguire la continuità aziendale).

Nello specifico caso del trust "liquidatorio", se è dunque ammesso che esso possa essere utile al fine di garantire il buon esito di una procedura di concordato preventivo (ad esempio perché costituito da parenti dell'imprenditore in crisi che mettano propri beni a disposizione della procedura: Tribunale di Parma 3 marzo 2005), non è invece ammesso che esso sia costituito con l'attivo di una impresa già in stato di insolvenza, in quanto il trust diventerebbe una procedura alternativa a quelle della legge fallimentare.

Quanto al trust "liquidatorio" istituito da un'impresa in crisi ma non ancora tecnicamente insolvente, e fermo restando che si tratta di questioni assai delicate, si potrebbe probabilmente intuirne l'ammissibilità qualora il trust sia rigorosamente finalizzato a destinare il patrimonio dell'impresa alle sole finalità della sua liquidazione (si vedano le pronunce del Tribunale di Milano datate 29 ottobre 2010, 15 ottobre, 17 luglio e 16 giugno 2009) e quindi a condizione che, tra le clausole dell'atto istitutivo, sia chiaramente disposto il rispetto della normativa fallimentare, con la conseguenza che, se sopravviene l'insolvenza dell'impresa, i beni del trust siano "restituiti" alla procedura concorsuale.

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