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Limiti allo shopping giuridico

di Giovanni Negri

No allo shopping giuridico di comodo. Anche se indirizzato verso sedi la cui convenienza è indubbia, ma il timing è sospetto. È su questi presupposti che la Corte di cassazione, sezioni unite civili, sentenza n. 20144 depositata il 3 ottobre, ha affermato la giurisdizione della magistratura italiana a proposito della dichiarazione di fallimento richiesta, fra gli altri, da Equitalia nei confronti di una società a responsabilità limitata inizialmente iscritta nel Registro imprese di Roma. La società aveva trasferito la sede legale negli Stati Uniti, e segnatamente nello stato, il Delaware, che vanta una delle legislazioni societarie più indulgenti nei confronti degli amministrati (qui ha sede legale circa il 50% delle grandi companies americane). Un trasferimento verificatosi comunque prima della presentazione delle istanze di fallimento. Il "centro di interessi", invece, era stato collocato a a Southampton, Gran Bretagna, dove secondo i legali della società andrebbe fissata la giurisdizione.

La Cassazione osserva, innanzitutto, che un trasferimento all'estero della sede legale, ma anche del "centro di interessi", di una società non motiva di per sè stesso un impedimento all'affermazione della competenza del giudice italiano. Neppure quando cronologicamente è avvenuto prima del deposito dell'istanza di fallimento. Da valutare c'è invece la strumentalità dell'operazione. Questa sì decisiva.

Nel caso preso in esame la liceità della ricerca, di per sè legittima, della legislazione più favorevole per l'installazione di una società, va esclusa. Sulla base di un duplice ordine di considerazioni. La natura fittizia dell'operazione architettata emerge così, nelle argomentazioni della Cassazione, come primo elemento dall'ingiustificata scissione del trasferimento tra sede legale, nel Delaware, dove per ammissione della stessa Srl non è stato spostato il centro dell'attività direttiva, amministrativa e organizzativa dell'impresa, e la sede operativa in Gran Bretagna, a Southampton, dove, a migliaia di chilometri di distanza dalla sede legale, è stato collocato il centro di questa attività. «Con la conseguenza – sottolineano i giudici – che non avendo fatto seguito al trasferimento all'estero della sede legale (Delaware) nè l'effettivo esercizio di attività imprenditoriale nella nuova sede, nè lo spostamento presso di essa del centro dell'attività direttiva, amministrativa e organizzativa dell'impresa, la presunzione di coincidenza della sede effettiva con la nuova indicata sede legale è da considerarsi vinta».

Inoltre, ricorda la sentenza, il trasferimento negli Stati Uniti è stato deliberato ed effettivamente eseguito in una data tanto vicina alla presentazione delle istanze di fallimento, quando la situazione di insolvenza era già ampiamente in atto, da far supporre ai giudici che in realtà si è trattato di un espediente architettato in vista della probabile apertura della procedura di insolvenza piuttosto che di una scelta reale decisa sulla base di effettive ragioni imprenditoriali che non sono peraltro mai state illustrate con un minimo di dettaglio da parte dei legali della società.

Di conseguenza, anche alla luce dei principi ribaditi in occasione della recente riforma del diritto fallimentare, va confermata la competenza della magistratura italiana a dichiarare il fallimento, perchè in Italia era stata collocata l'iniziale sede legale.

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