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Ligresti, processo a Torino in bilico Una mail rimette in gioco Milano

Una differenza di 189 secondi nell’invio di una mail il 23 marzo 2011: poggia sulla sabbia di questo abbaglio orario la costruzione della competenza territoriale del Tribunale di Torino nei processi alla famiglia Ligresti per falso in bilancio Fondiaria Sai da 600 milioni di euro. Processi che, avviati in questi mesi, ora rischiano di essere celebrati a vuoto perché infine annullati dalla Cassazione per competenza milanese anziché torinese, con grande beffa per le migliaia di risparmiatori parti civili per 250 milioni di danni lamentati. 
Il processo principale a Salvatore Ligresti si sta tenendo a Torino perché qui pm e giudici hanno sinora ravvisato la competenza sull’altro e più grave reato di aggiotaggio attraverso il comunicato di Fondiaria Sai che il 23 marzo 2011 sottostimava le «riserve sinistri» per 500 milioni. Approvato a Milano dal cda di Fondiaria Sai, il comunicato fu immesso dalla sede Fonsai di Firenze alle 15.12 nella piattaforma «Nis-Network Information System» di Borsa Italiana che sta a Milano e che, decorsi i 15 minuti imposti dal regolamento Consob, alle 15.28 lo diffuse alle agenzie di stampa collegate al «Nis» .
Dunque Tribunale di Milano competente? No, aveva obiettato il 30 gennaio scorso la IV sezione del Tribunale di Torino (presidente Giorgio Gianetti), qualificando l’aggiotaggio come reato di «mera condotta» integrato nel momento in cui c’è una «idonea messa a disposizione» della notizia finanziaria falsa non a un unico destinatario, ma a una pluralità di destinatari. Il Tribunale aveva perciò valutato che l’immissione del comunicato nel «Nis» di Borsa Italiana alle 15.12 avesse portato il dato falso a conoscenza di un unico soggetto, appunto Borsa Italiana; e che invece la comunicazione alla «pluralità di destinatari» fosse avvenuta soltanto con l’invio del comunicato alla mailing list dell’ufficio «Investor Relations» di Fonsai che aveva sede a Torino. A che ora? Imprecisata ma prima delle 15.28, cioè prima dell’ora in cui Borsa Italia diramò da Milano a tutto il mercato il comunicato che aveva ricevuto da Fonsai alle 15.12. Perché prima, un “prima” che radicava la competenza appunto a Torino? Perché i pm torinesi Gianoglio e Nessi, le parti civili come Unicredit e Mediobanca e Fonsai, e infine anche il Tribunale torinese il 30 gennaio, fondavano questo orario sul generico ricordo di un impiegato di Fonsai, Giancarlo Lana, seppure a oltre 2 anni dai fatti e benché egli stesso aggiungesse che a inviare materialmente la mail era stata la segretaria Roberta Albera.
Due volte la difesa dei Ligresti aveva chiesto ai pm di Caselli di depositare o acquisire questa fondamentale mail per controllarne l’orario di invio, ma due volte si era sentita rispondere che la mail non risultava rinvenibile in tutta la posta elettronica di Fonsai sequestrata il 2 agosto 2012 (e peraltro residente su server non a Torino ma a Inverno in provincia di Pavia). E il Tribunale il 30 gennaio aveva argomentato che, seppur il «rarefatto» ricordo orario di Lana non fosse «sostenuto da alcun suffragio documentale», nemmeno era smentito da alcun altro atto, e quindi restava il mattone su cui comunque radicare l’edificio della competenza territoriale torinese.
Ma mercoledì al processo al figlio Paolo Ligresti, davanti al gup Paola Boemio, ecco il colpo di scena: indagini difensive, e una consulenza informatica dell’ingegnere Antonio Barili, consentono all’avvocato Davide Sangiorgio di rintracciare la cruciale mail e dimostrare che l’invio operato dalla segretaria non avvenne alle 15.28, come asserito dal ricordo di Lana e come assunto sinora da pm e giudici, ma alle 15.31 e nove secondi: cioè tre minuti dopo che Borsa Italiana da Milano aveva sicuramente già dato compiuta diffusione del comunicato a tutto il mercato. La conseguenza è che, in base ai criteri enunciati il 30 gennaio dal Tribunale di Torino, competente non potrebbe più essere Torino ma Milano. E continuare questo e gli altri processi a Torino li caricherebbe di un pauroso rischio di annullamento poi in Cassazione. Questione talmente seria che la giudice Boemio si è presa tempo sino al 12 marzo per decidere .

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