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Ligresti-Fonsai, quando gli azionisti fanno pagare il conto alla società

di Sergio Bocconi

MILANO — Anche ieri i vertici di Unicredit e Mediobanca si sono riuniti sul tema Fonsai: il gruppo assicurativo di Salvatore Ligresti rappresenta il dossier forse più preoccupante dell'intera finanza italiana. Un accordo per il «salvataggio» c'è, con Unipol, un'offerta alternativa è stata presentata da due investitori Palladio e Sator. Si tratta di «mettere in campo», fra aumenti di capitale e apporti vari oltre 2 miliardi, senza il contributo della famiglia, che ufficialmente non ha risorse ma solo debiti (oltre 300 milioni nelle società personali, altri 400 nella holding quotata Premafin e più di un miliardo in Fonsai). Un intervento «monstre» che equivale per ammontare alle perdite accusate nell'ultimo biennio dalla compagnia, seconda del Paese per premi raccolti e con 8 milioni di clienti assicurati.
Un tracollo che nessuno aveva messo in conto, e sul quale sta indagando anche la magistratura. E in fondo iniziato dal via: cioè da quando nell'estate del 2001 Fondiaria, fino ad allora controllata da Montedison che però si trovava sotto assedio, viene venduta da Mediobanca ai Ligresti, che poi la fonderanno con la Sai. Quando, nel gennaio 2003 il gruppo approda in Borsa vale 1,6 miliardi e il titolo 12 euro. Alla fine del 2006 sfiora la capitalizzazione di 5,5 miliardi. Oggi il titolo quota 1,049 euro e il vale in Borsa 360 milioni. La compagnia in questi anni ha distribuito quasi un miliardo di dividendi che per buona parte sono risaliti a Premafin, controllata dai Ligresti con un 50% «ufficiale» (di cui il 20% è in pegno) e con un altro 20% attraverso trust offshore che secondo la Consob vanno ricondotti alla famiglia. La holding, a sua volta, in dieci anni ha pagato cedole per 20 milioni.
Non è dunque attraverso i dividendi versati dalla società quotata alla galassia delle «scatole» di Salvatore e dei tre figli, Jonella, Giulia e Paolo, che si è svolta la lenta sottrazione di risorse che ha portato al tracollo. Il gruppo è stato messo in ginocchio da una gestione a dir poco «familiare» rispetto alla quale le authority, la Consob di Lamberto Cardia e l'Isvap di Giancarlo Giannini, si sono distinte per interventi che oggi si possono ben definire lacunosi e tardivi.
Il prospetto dell'aumento del 2011 e la recente relazione dei sindaci dopo la denuncia del fondo Amber, hanno messo in luce una serie di operazioni con parti correlate, cioè fra il gruppo e la famiglia, ormai entrate nell'aneddotica: dalle sponsorizzazioni pagate da Fonsai per il purosangue di Jonella Ligresti Toulon (1,4 milioni nel 2010), alle consulenze varie a Gilli e Gilli communication di Giulia Ligresti (che nel 2010 ha incassato 1,7 milioni, cifra dalla quale però vanno esclusi gli acquisti degli spazi pubblicitari). Ma sono meno folkloristici i 42 milioni di consulenze immobiliari pagate a Salvatore Ligresti dal 2003. Gli immobili, da sempre la vera passione di Salvatore che sul mattone ha costruito la fortuna, rappresentano una delle «chiavi» per capire il declino del gruppo. Passaggi di proprietà dalle società familiari a Fonsai di edifici o terreni o anche di catene di alberghi come l'Atahotels da un lato, e dall'altro l'affidamento di lavori a imprese controllate dai Ligresti o a loro vicine rappresentano il circuito di affari «privato» che negli anni assume proporzioni gigantesche. Fra il 2008 e il 2011 hanno sfiorato i 600 milioni. Dal 2005 a oggi le operazioni fra parti correlate, per lo più riconducibili all'immobiliare, hanno comportato oneri per il gruppo quotato pari a 693 milioni e fruttato proventi per 286: il «bilancio» si chiude a favore dei Ligresti per oltre 400 milioni.
Flussi di denaro tutt'altro che sottili sono passati poi attraverso i compensi vari, fra cariche e consulenze. I tre figli (Jonella presidente Fonsai, Giulia di Premafin e Paolo con varie cariche) dal 2005 hanno «portato a casa» complessivamente circa 70 milioni per il loro contributo nelle società. L'ex amministratore delegato Fausto Marchionni, dal quale dipendevano direttamente molte decisioni, compresi i 10 milioni circa di buonuscita, ha incassato dal 2005 oltre 25 milioni. I più stretti collaboratori dell'Ingegnere hanno accumulato poi cifre ragguardevoli. Antonio Talarico come vicepresidente Fonsai sempre dal 2005 ha incassato compensi totali per circa 16 milioni. Massimo Pini, ex manager Iri legato al partito socialista, anch'egli come vicepresidente Fonsai quasi 6. Vincenzo e Geronimo La Russa, rispettivamente fratello e figlio di Ignazio, coordinatore del Pdl, fra cariche (il primo in Fonsai, il secondo in Premafin) e consulenze legali, 3,2 milioni e 1 milione circa.
Il bancomat Fonsai ha ora però le casse vuote. Salvatore e figli, comunque vada, lasceranno ciò che per l'Ingegnere è stato un grande sogno. Finito in incubo.
 

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