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Ligresti ai pm: non sono mai fuggito Erbetta collabora, 7 ore in Procura

Salvatore Ligresti respinge l’accusa di voler fuggire. Su questo tasto avrebbe battuto ieri davanti al giudice di Milano che teneva l’interrogatorio di garanzia dopo la custodia cautelare disposta dal gip di Torino Silvia Salvadori per falso in bilancio e aggiotaggio.

Ligresti non ha risposto sul merito dell’inchiesta, riservandosi di parlare davanti ai magistrati torinesi nell’interrogatorio previsto per lunedì prossimo. L’inchiesta di Torino è coordinata dai pm Marco Gianoglio e Vittorio Nessi e condotta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Torino. Al giudice milanese si sarebbe limitato a spiegare di essere «sorpreso che si sospetti che io, a più di ottant’anni, pensi a scappare quando nella mia vita ho pagato quando dovevo pagare e ho affrontato tutti i miei processi in aula anche di recente senza sottrarmi alla giustizia», avrebbe detto Ligresti secondo quanto riferito dal suo avvocato, Gian Luigi Tizzoni, riferendosi anche all’inchiesta di Firenze per corruzione, dove è stato assolto. «Fuggire è l’ultimo dei miei penseri. Non l’ho mai fatto in passato né lo farò ora». Certo è che la detenzione domiciliare nella sua villa di San Siro a Milano lo stia «provando», ha aggiunto Tizzoni: Ligresti è piuttosto «un imputato modello preoccupato soprattutto per i figli», a cominciare da Jonella e Giulia, detenute rispettivamente nel carcere di Torino e di Vercelli. Paolo invece è in Svizzera, dove risiede e dove ha la cittadinanza da circa un mese, ancora ufficialmente ricercato.

Dopo la svolta impressa dagli arresti, l’inchiesta prosegue a tappe forzate: oggi saranno interrogate Jonella, già presidente di Fonsai, e nel pomeriggio sarà ascoltato Fausto Marchionni (ai domiciliari), ex amministratore delegato di Fonsai. Domani sarà il turno di Giulia Ligresti, l’unica ad avere in questi mesi incontrato i pm torinesi rendendo dichiarazioni spontanee circa un presunto «complotto delle banche» e «dei salotti che contano» per estromettere la famiglia dalla guida della compagnia. Giovedì sarà il turno di Antonio Talarico (attualmente ai domiciliari), ex vicepresidente del gruppo e da sempre uomo vicinissimo ai Ligresti.

Ieri è toccato invece a Emanuele Erbetta, il manager del gruppo che era stato nominato amministratore delegato all’inizio del 2011, pochi mesi prima dell’aumento di capitale da 450 milioni di Fonsai. Fu la ricapitalizzazione alla quale partecipò anche Unicredit — dopo che saltarono ipotesi precedenti come l’alleanza con i francesi di Groupama — sottoscrivendo il 6,6% anche per proteggere il credito verso Premafin, la holding di controllo di Fonsai posseduta dalla famiglia Ligresti. Erbetta ha parlato per sette ore e l’interrogatorio è stato secretato: il suo atteggiamento è considerato «collaborativo» dagli inquirenti. «Stiamo ricostruendo la storia daccapo. Sarà lunga», ha detto ieri Cesare Zaccone, avvocato del manager. All’interrogatorio di garanzia del 19 luglio scorso Erbetta aveva spiegato al giudice che le sue responsabilità in Fonsai partivano dal 27 gennaio 2011, cioè da quando fu nominato amministratore delegato, e che firmò il bilancio 2010 «senza partecipare all’approvazione, visto che gli era stato assicurato che era in ordine», ha detto sempre l’avvocato. Nelle intercettazioni il manager puntava il dito contro la gestione Ligresti: Fonsai è un gruppo «fantastico», diceva in una telefonata del 26 aprile scorso, e se «togli i Ligresti, le spese diminuiscono vertiginosamente, tutte le cose tornano a posto, come doveva essere in effetti».

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