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L’idea che tenta le Fondazioni una cassaforte comune per le quote nelle banche

Ma le Fondazioni ex bancarie hanno ancora un senso? Domanda opportuna nel 93° della Giornata del risparmio, vanto immemore dell’Acri. Se si guarda alla funzione svolta, a un quarto di secolo dalla legge che privatizzò le banche dando agli enti parte delle loro azioni, emerge dalle cifre: nei bilanci aggregati 2016, che pure è stato anno di magra per i guai delle banche, le 88 Fondazioni hanno erogato 1,03 miliardi, in aumento del 10% e malgrado patrimoni scesi sotto i 40 miliardi (-2,7%). Il 40% di quel miliardo va ad assistenza sociale, salute pubblica e volontariato: i settori dove lo Stato arretra anno dopo anno. Proprio per questo, si dice al Tesoro, il ministro Pier Carlo Padoan s’è convinto nella legge di bilancio 2018 ad accordare per tre anni un credito di imposta del 65% alle erogazioni degli enti in welfare. Un’inversione rispetto al governo di Renzi, che amplifica la portata degli interventi privati.
Più difficile, per le Fondazioni, vedere il futuro nel ruolo di bastioni delle banche nostrane. Le loro difficoltà da un decennio mettono a dieta i soci, sul fronte cedole e in diversi casi nella consistenza patrimoniale. L’esempio più citato è quello di Unicredit: dove un pugno di Fondazioni dominava, ma dopo anni di perdite e ricapitalizzazioni, oggi agli enti non resta più di un 5%, e in primavera dovranno subire il nuovo modello di governance stile public company, dove sono i fondi stranieri ad avere il controllo. Ma ci sono stati anche casi più critici come Mps, Carige, Banca Marche e le Casse di Ferrara, Chieti, Cesena, Rimini, San Miniato, dove all’incauta Fondazione di turno non è rimasto quasi niente. Per questo, e anche in considerazione del fatto che il carismatico leader dell’Acri Giuseppe Guzzetti scadrà a metà 2019 quando avrà 85 anni, nel sistema Fondazioni ci si sta interrogando su come salvaguardare quel che rimane, e cercare una via comune per continuare a incidere, sui territori e nelle banche, da sempre orfane di soci istituzionali che non siano stranieri (e non sempre i migliori, vedi Mps). Un’idea che su qualche tavolo si sta valutando verte sull’ipotesi di aggregare, in un veicolo regolamentato, le quote in banca di alcune Fondazioni, divise in comparti in base alla loro qualità e ai rendimenti attesi, per mettere a leva ciò che resta della forza passata. La soluzione, già proposta ai piani più alti dell’Acri, potrebbe portare vantaggi nella governance che le singole quote non riescono più a ottenere, ma anche nella gestione, con risparmi di costi, strategie più professionali ed erogazioni secondo una metrica nuova, meno a pioggia e più mirata. L’ipotesi tra l’altro permetterebbe in qualche caso di aggirare lo scoglio del protocollo Acri-Mef per gli enti che sono in ritardo con le nuove misure sulla diversificazione dei patrimoni: è il caso di Torino, Padova e almeno 8 minori. Secondo la prima bozza del “progetto holding”, l’unione potrebbe fare la forza anche in investimenti nuovi, per esempio quelle sofferenze bancarie di cui l’Italia è ricca (ne restano ancora 65 miliardi di euro al netto di svalutazioni) e che finora è una torta ghiotta quasi solo per i fondi specializzati stranieri. Quasi, perché Fondazione Cariplo è tra i maggiori azionisti di Quaestio Sgr, che gestisce il fondo Atlante II ribattezzato Italian recovery fund e leader nell’investimento e la gestione delle cartolarizzazioni tricolori.
Proprio l’esperienza di Atlante I, la parte del fondo con cui Quaestio ha investito e perso 3,5 miliardi nelle due ex popolari venete, sembra però al momento un freno a portare avanti l’idea della holding. Perchè il sistema Fondazioni ci ha perso 538 milioni, e sembra difficile per l’Acri uscirsene con nuove iniziative dopo questo smacco. Inoltre tra sei mesi ci sono le elezioni politiche, con esito molto incerto; e anche al Tesoro, che tra vigilanza, normativa e partnership (specie in Cdp) è lo snodo delle Fondazioni, potrebbe esserci il “liberi tutti”.
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