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L’idea, il team e l’aiuto della nonna Le 10 regole per l’impresa vincente

Oltre tredicimila titoli. E solo su Amazon. Del tipo: La gestione dell’impresa, organizzazione, processi decisionali, marketing, acquisti e supply chain . Oppure: Pianificazione snella. Come realizzare un piano per una startup che funzioni senza dissipare tutte le risorse. Negli anni Ottanta il motivatore statunitense Jim Rohn usava aprire le sue sessioni assicurando gli aspiranti imprenditori seduti in platea che «ci vuole tempo per costruire un capolavoro aziendale». Vero, anche se la pazienza, oggi, non basta. E, purtroppo, nemmeno la letteratura di genere. 
Se la digitalizzazione dell’economia ha reso più democratico il processo di formazione dell’offerta, la grande crisi internazionale ha però insegnato a temere l’alta competitività commerciale alimentata dalla dittatura del microciclo economico. Ecco perché, per i giovani startupper, il logoro strumento dell’autosfruttamento compulsivo (leggi: lavorare, lavorare, lavorare) che ha reso grande la piccola e media impresa è destinato a cedere il passo a un più complesso sistema di regole che, suppur ancora non canonizzato, comincia a prendere forma grazie alla narrazione di successi ed errori infilati dai pionieri della smart economy.
Un racconto corale, che ha trovato un luogo fisico di confronto all’Expo, durante la settimana appena trascorsa di dibattiti e incontri con guru, docenti e startupper di successo, organizzata da Corriere Innovazione. E anche uno spazio virtuale, durante l’intervista via Twitter ai protagonisti dell’innovazione, organizzata con l’università Bocconi per il lancio di StartupDay.
Ne è scaturito un decalogo a uso e consumo dell’imprenditore del futuro. I primi due punti portano la firma di Riccardo Donadon, ad di H-Farm. «Anzitutto — spiega Donadon — l’idea deve essere semplice, e poi è essenziale costruire un buon team». Anche perché, e questa è la terza regola (copyright Federico Barilli di Italian Startup), il lavoro di squadra è condizione necessaria «per imparare a pensare in grande».
Chiaro, insomma, come la retorica del «piccolo è bello» abbia fatto il suo tempo. Ne è convinto anche Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente della Bocconi. Che poi però va oltre: «Liberatevi dal provincialismo e create un business plan dalla vision globale, solo così — è il suo consiglio — potrete convincere il mercato». Da non sottovalutare — sesta regola — il tema finanziario. Difficile oggi trovare un investitore disposto a mettere del suo su un progetto fatto di carta. «Meglio quindi avere un capitale iniziale — suggerisce il direttore di Speed Mi Up, l’incubatore della Bocconi, Fausto Pasotti — domandando un aiuto magari a nonni, zii e conoscenti».
Attenzione, invece, a non essere troppo schiavi dell’hi-tech. «La tecnologia è un mezzo, mai il fine» avverte Emil Abirascid, fondatore di Startup Business. Focus, poi, sul prodotto, «individuando — spiega Matteo Faggin di SeedLab — le esigenze delle persone e concentrandosi sulla soluzione di problemi comuni a tutti». Nonché sul processo, «magari — suggerisce Ferruccio Resta, prorettore del Politecnico di Milano — bussando alla porta delle aziende per raccontare agli imprenditori la propria storia».
Infine la regola madre, su cui tutti convergono: non avere paura di sbagliare, perché fallire fa parte del business. «Non ho fallito, ho solamente provato diecimila metodi che non hanno funzionato». E questo l’ha detto Thomas Edison.

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