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Licenziato a sorpresa il “re” di Citigroup

Prendi i soldi e scappa. La fuga del re di Citigroup all’indomani della trimestrale oltre le aspettative, 3,27 miliardi di dollari, 1,06 per azione, il doppio delle previsioni, è un giallo che scuote Wall Street e fa tremare banchieri e investitori tra le due sponde dell’Atlantico. A Vikram S. Pandit piaceva davvero essere definito il “re”: e non solo perché aveva preso le redini della terza banca del paese, dietro a JPMorgan e Bank of America, da Charles Prince, il Principe che nel 2007 aveva mollato sul baratro della Grande Recessione e una svalutazione da 18 miliardi. Questo indiano approdato sedicenne alla Columbia University aveva risalito tutto il cursus honorum della finanza: facendosi le ossa da Morgan Stanley prima di fondare una società di investimenti inglobata poi proprio da Citigroup. Al suo posto arriva adesso Mike Corbat, il capo della divisione europea e asiatica approdato a Londra giusto a gennaio: ulteriore prova del cambio avvenuto più che in corsa. Lasciatemi dare un’occhiata, ha detto, e poi prenderemo i provvedimenti che serviranno: dichiarazione non proprio rassicurante.
Per rimettere in sesto il colosso, Pandit fu costretto a chiedere il salvataggio di Stato, 45 miliardi di dollari, poi restituiti a Barack Obama con gli interessi di 12 miliardi di dollari, alla faccia di Mitt Romney e dei repubblicani contrari ai bailout. Ma il recupero di Citigroup è stato troppo lento: al punto che Obama a un certo punto avrebbe pure pensato di “licenziare” il ceo. Certo è che
la tensione tra il re e il board, soprattutto col suo presidente Michael E. O’Neill, è continuata a crescere: fino alla rottura dopo una burrascosa resa dei conti culminata nell’accusa di cattiva gestione. Il re del resto aveva ricevuto un clamoroso scacco già la primavera scorsa. L’assemblea degli azionisti aveva opposto il veto al bonus da 15 milioni di dollari: una “prima volta”, resa possibile anche questa dalla riforma Obama di Wall Street, nella vergognosa vicenda dei mega stipendi.
Pandit aveva cercato di orientare la banca sui mercati emergenti dopo averla svuotata di investimenti improduttivi e fatto pulizia di quei maledetti subprime costati miliardi di dollari: la grande truffa dei mutui per cui anche Citigroup, come le altre grandi banche, ha pagato 285 milioni per chiudere le cause civili. «Non c’è nulla di meglio dei guadagni della trimestrale per dimostrare che la compagnia ha definitivamente svoltato» dice ora la nota con cui lascia anche gli incarichi nel board. Qualche malelingua insinua per la verità che stia lasciando alla vigilia di nuovi guai: vedi l’inchiesta sullo scandalo Libor che pende su tutta Wall Street. Ma Meredith Whitney, l’analista che già 5 anni fa aveva previsto il tracollo, taglia corto: «Citigroup è un colosso che continua a rimpicciolirsi, nessuno potrà rimetterla a posto nel breve termine». Pandit insiste: «E’ questo il momento per affidarla in mani più solide». Appunto: prendi i soldi e scappa.

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